Obey, l’uomo della speranza di Obama approda Roma

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Se il presidente degli Stati Uniti è per convenzione l’uomo più potente del mondo, allora non c’è dubbio che Shepard Fairey, in arte Obey, debba essere consideratolo urban street più influente sulla faccia della terra. Il writer, americano infatti, nato in South Carolina nel 1970, non solo ha contribuito in maniera determinante alla vittoria di Obama alle ultime presidenziali Usa, ma col suo celeberrimo manifesto elettorale, quello per intenderci che ritrae Barack in blu, rosso e bianco e con la scritta a caratteri cubitali "Hope", ha fatto del numero uno a stelle e strisce l’autentica icona pop degli anni 2000, fonte d’ispirazione – volente o nolente – di innumerevoli ritratti e autoritratti che i più hanno voluto procurarsi proprio sullo stile del suo bel faccione “abbronzato”, per usare un’espressione cara a un suo altrettanto iconico ex collega italiano.

Non è un caso quindi se il presidentissimo in persona, all’indomani del risultato, abbia voluto scrivere personalmente all’artista per ringraziarlo del servizio resogli. Insomma, era il 2008 e Obey diventava ufficialmente il capofila degli esponenti della cultura di strada, un filone che oggi sta sempre più entrando – e dalla porta principale – in tutte le maggiori gallerie internazionali: il risultato di una carica evers(proposit)iva che proviene dal basso e che sta riuscendo ad attirare a sé le attenzioni di una larghissima fetta della popolazione civile. A Roma le opere street del suo esponente di punta ha deciso di portarle Mondo Bizzarro a partire da oggi, quando alle18.30 verrà inaugurata la mostra-retrospettiva su Obey dal titolo “120!”, nelle sale della galleria di via Reggio Emilia fino al prossimo 11 febbraio.

Si tratta di un evento a dir poco unico, visto che nessun lavoro dell’artista statunitense aveva mai messo piede in Italia fino ad ora. Oltre centoventi stampe, tra serigrafie e pezzi in tiratura limitata, ripercorrono la carriera di Fairey da quando ancora si faceva chiamare “Andrè The Giant has a Posse” alla magnificenza degli ultimi tempi: dal 1997 al 2012. Poster, collage e copertine di album invaderanno le pareti bianche dello spazio capitolino nel segno di arte politica e uguaglianza sociale, antimilitarismo e solidarietà collettiva. Le immagini di Obey mettono tutto in discussione e fanno emergere le contraddizioni più evidenti che qualunque sistema di qualsiasi ambito sociale ha nel suo cuore, contro ogni tipo di classificazione e categorizzazione esistente al mondo. Spesso associato al buon nome di Andy Warhol, al quale lo accomuna non solo il lavoro con i multipli d'artista e in particolare con la serigrafia, ma anche la necessità quasi fisica di moltiplicare la propria presenza in vari settori economici e mediatici, Obey racchiude, in un sol corpo, creatività, arte, stile e marchio di fabbrica. In altre parole: tutto ciò che immediatamente è riconoscibile.

Sono nate così negli anni le etichette di abbigliamento che portano il suo nome, la rivista “Swindle”, la galleria “Subliminal Projects” e una miriade di altri progetti collegati e correlati alla sua più che stratificata produzione creativa. Ma a differenza del mitico Andy, che ritraeva i suoi contemporanei baciati dal successo e dalla gloria effimera dei soldi, il contemporaneo – e urbano – Shepard preferisce puntare i riflettori sull'America liberal e progressista. Il subcomandante Marcos e Angela Davis sono stati per esempio tra i suoi soggetti, al pari dimolte donne guerrigliere di ogni dove nel mondo, ingentilite da fiori che spuntano immancabilmente dalle canne dei fucili. Un po’ Banksy dunque, suo grande – e altrettanto famoso– collega inglese, e un po’ Heiddeger, al quale proprio Obey ama rifarsi sottolineando che la necessità di comprensione dell’essere è la chiave per poter superare una visione fenomenologica del mondo delle cose, Shepard Fairey è il simbolo autentico di quello che è l’arte contemporanea nella sua totalità: trasversale, politicamente scorretta e rigorosamente eclatante in ogni sua manifestazione. Semplicemente: ovunque e da nessuna parte, uno, nessuno, centomila. D’altronde, come recita lo slogan di Obey (ripreso dal motto di Marshall Mc Luhan): “The medium is the message”.

Francesco Gabriele