“Eretici e Corsari”, Marcorè si confronta con Pasolini e Gaber

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Gaber più Pasolini, vale a dire, secondo Marcorè e Gioè, “Eretici e corsari”. Non che il teatro sia un’equazione, ma proprio come nelle equazioni in questo caso il risultato è certo: un successo. Lo hanno dimostrato gli stessi Gioé e Marcoré che nella scorsa stagione hanno costruito uno spettacolo analogo ma concepito come un reading. Quest’anno, guidati dalla regia di Giorgio Gallione, i testi di Pier Paolo Pasolini, estrapolati da articoli vari, e il teatro-canzone di Giorgio Gaber e Sandro Luporini diventano la base di una complessa tessitura narrativa guidata da due protagonisti eccezionali, Claudio Gioè e Neri Marcorè, accompagnati sul palco dagli Gnu Quartet, che hanno curato anche gli arrangiamenti musicali.

In scena fino al 4 marzo al Teatro Olimpico, questa inconsueta pièce porta alla luce l’affascinante vena “eretica” – termine caro a Gaber – e “corsara” – copyright Pasolini – che nei primi Settanta spingeva alla riflessione e allo spirito critico. Un’operazione a dire il vero delicata, perchè unire due mostri sacri della cultura e della coscienza intellettuale in un unicum da un’ora e mezza di messinscena è impresa assai ardua. Eppure entrambe queste due voci poetiche hanno molto in comune. Se Pasolini era il lucido fustigatore del potere e delle macchinazioni dell’economia, Gaber metteva in note l’alienazione dell’uomo e la perdita di senso dell’esistere moderno. “Eretici e corsari” fa seguito a un progetto più ampio e articolato, realizzato dal Teatro dell’Archivolto in collaborazione con la Fondazione Giorgio Gaber. Nelle passate stagioni sono nati tre spettacoli in questo solco: “Il dio bambino” con Eugenio Allegri (2007-2010), “Un certo Signor G” (2007/2010) con lo stesso Neri Marcorè e “Io quella volta lì avevo 25 anni” (2008/2009), interpretato dal versatile Claudio Bisio. Fin da queste esperienze risulta evidente come il parallelismo tra i due autori non risulti per niente forzato.

A metà degli anni ’70 Pier Paolo Pasolini edita “Scritti corsari”, una raccolta di articoli e riflessioni che dipingono una Italia in profondo cambiamento. Dopo il trauma della guerra e l’energia vitale della ricostruzione, una potente ipoteca morale si sta apponendo all’anima della nazione. Pasolini parla di un sistema che sta attuando in modo silente quanto inesorabile un’opera di omologazione. Una distruzione delle coscienze e delle individualità, basata su una promessa di comodità e benessere cui il Paese agogna ad ogni costo.. Il cittadino, con la sua coscienza critica, si trasforma in un «uomo che solo consuma», come scrive lo stesso Pasolini nei Corsari. Sulla stessa lunghezza d’onda si pone il lavoro musicale di Gaber e Luporini, con vividi monologhi e canzoni ricche di quella vena autoriale che le rendeva amate dal grande pubblico e apprezzate dal mondo culturale. “Gli oggetti”, “La festa”, “Il grido”, “Il cancro”, “Qualcuno era comunista” svelano da un lato la vicinanza all’ultimo Pasolini e d’altro canto descrivono le vicende del Paese in modo disilluso e disincantato. In una intervista Gaber scrive: «Sviluppo senza progresso… mi sembra la sintesi più appropriata della nostra epoca». Questa è la terra di contatto tra le due voci. Il poeta incontra il cantautore e diventano insieme i “poeti d’opposizione”, senza timore di risultare scomodi, compromettenti, rifiutati da certa politica perbenista. Il messaggio si palesa in tutta la sua attualità. Con lucida preveggenza ci ammoniscono che «il futuro è già finito», occorre tornare a privilegiare il «crescere» rispetto al «consumare».

In un’era di crisi delle certezze come la nostra, quando lo stentare dell’economica si mostra nella sua vera identità di crisi del pensiero e delle coscienze, quando tutto sembra non essere più scontatamente stabilito e prefissato, il monito pasoliniano-gaberiano aumenta di valore. Diventa una sorta di profezia, di analisi destinata al futuro in cui probabilmente ci è dato di trovare risposte ai problemi dell’oggi. L’accusa di pessimismo disfattista di cui sia Pasolini che Gaber furono vittima in momenti diversi della loro vita, diventa palesemente inconsistente, surclassata da una potente lucidità visionaria di cui sono portatori. Lo stigmatizzare i problemi e il modo di porsi nei confronti della realtà diventa il passaggio stretto ma obbligato per cambiare e passare oltre, verso il miglioramento.

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