“Written on the Hays”: il tradimento, l’incesto e il male di vivere della Hollywood anni ’50

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Il fiammeggiante melodramma “Come le foglie al vento” di Douglas Sirk è stato l’apice di un genere cinematografico ma soprattutto il prototipo per tutte le soap opera americane che di lì a poco avrebbero invaso il piccolo schermo entrando di prepotenza nell’immaginario collettivo, tra amori incrociati e beghe dinastiche. Ma prima di Alexis, Blake e Krystle (Dynasty), prima di JR, Bobby e Sue Ellen (Dallas), prima di Ridge, Brooke e Taylor (Beautiful), c’erano loro: Kyle e Marylee, i ricchi fratelli Hadley in odore di incesto e Mitch e Lucy, la coppia di proletari che si ritrova invischiata nelle loro trame tra pozzi di petrolio texani e passioni violente che squassano gli animi. L’alcolismo, la ninfomania, l’incesto, la lussuria, i simboli fallici, il mal di vivere, il tradimento e l’omicidio che Sirk sparge a piene mani in questo film del 1956 erano elementi assolutamente nuovi nella Hollywood di quegli anni, che inizia a sentirsi sempre più costretta tra le maglie del codice Hays.

Ester Grossi e Giulio Zanet, vincitori della quarta edizione del Premio Italian Factory per la giovane pittura italiana 2010, hanno maturato un progetto intitolato “Written on the Hays” che rilegge il tema della censura nel melodramma americana partendo proprio da “Written on the wind” (il titolo originale del film di Sirk). L’idea che sta alla base della loro operazione artistica è quella di “rivedere” alcune delle scene più evocative del film, quelle cioè che più di altre si sono spinte a sfiorare i limiti del codice Hays: sequenze o singoli frame che suggeriscono allo spettatore stili di vita e comportamenti ritenuti indecorosi per l’epoca. Il codice Hays, entrato in vigore ufficialmente nel 1934 e abrogato a metà degli anni Sessanta, era un regolamento di autocensura imposto dall’associazione dei produttori e distributori americani (MPAA) per evitare di incorrere in sanzioni di controllo federali.

L’idea principale era che i film prodotti ad Hollywood non dovessero abbassare il livello morale degli spettatori, presentando sempre e comunque corretti modelli di vita rispettosi della legge, naturale e umana. Così Hollywood, dopo l’estrema libertà dei tempi del muto fino ai primi anni Trenta, bandì tutto ciò che era in odore di licenziosità o peccato. I due fratelli maledetti, Kyle e Marylee (interpretati da Robert Stack e Dorothy Malone), appartenenti all’aristocrazia dorata dei ricchi americani, vittime di troppi soldi e troppa libertà, sono personaggi negativi per i quali è impossibile non provare simpatia e attrazione e sono sicuramente più interessanti della coppia innamorata, condannata a un'esistenza mediocre e piccolo-borghese interpretata da Lauren Bacall e Rock Hudson. Il personaggio di Marylee, da vamp fatale a letale donna in carriera (e soprattutto emancipata e libera sessualmente), anticipa i tempi. Grossi e Zanet fermano su tela alcuni momenti fondamentali e indimenticabili, come l’abbraccio disperato degli adulteri Lucy e Mitch, la promiscuità di Marylee, che adesca gli operai dei pozzi di famiglia e li porta a bere in uno squallido bar, lo stesso dove Kyle va a sfogare la propria impotenza di fronte al tradimento della moglie. Grazie all’ausilio di pittura e video, Ester Grossi e Guido Zanet analizzano il linguaggio cinematografico in uso negli anni Cinquanta confrontandolo con quello contemporaneo, libero da codici e censure ma pur sempre sottoposto ai vincoli del dibattito sulla liceità di ciò che si può mostrare e sui limiti della rappresentazione nell’arte.

L’estetica di Ester Grossi, influenzata dalla cultura pop del cinema hollywoodiano in Technicolor, punta su una grande abilità coloristica che richiama Andy Warhol, tra tableaux sequenziali saturi di colori piatti e caratterizzati da un intenso cromatismo acrilico delle tonalità complementari. Giulio Zanet si lascia influenzare dall’immaginario della società consumistica, tra immagini iperrealiste da tabloid e frame colti dall’universo televisivo. L’esposizione, curata da Chiara Canali, sarà alla First Gallery di via Margutta da oggi fino al 24 marzo.

Chiara Cecchini