VINICIO MARCHIONI sale sul tram che si chiama Desiderio

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Mi hanno detto di prendere un tram che si chiama Desiderio, poi un altro che si chiama Cimitero e scendere ai Campi Elisi», diceva la sognante, eterea e terribilmente fragile Blanche Dubois in "Un tram che si chiama desiderio" di Tennessee Williams, dramma ad alto tasso di erotismo e nevrosi messo in scena per la prima volta nel 1947 e reso immortale dall'omonimo film di Elia Kazan con Vivien Leigh e Marlon Brando.

Fino all'11 marzo, Laura Marinoni e Vinicio Marchioni reciteranno sul palco del Teatro Argentina nel nuovo allestimento del testo del drammaturgo americano – nella traduzione di Masolino D'Amico – per la regia di Antonio Latella, attore e regista che ha studiato alla scuola del Teatro Stabile di Torino e alla Bottega dell'Attore a Firenze di Vittorio Gassman, il "nostro" Stanley Kowalski nella prima rappresentazione italiana diretta da Luchino Visconti nel 1949. Insieme a Laura Marinoni (in passato già diretta da Latella in "Le lacrime amare di Petra von Kant") e Marchioni, il "Freddo" di "Romanzo Criminale", ci sono Elisabetta Valgoi, Giuseppe Lanino, Annibale Pavone e Rosario Tedesco.

La pièce è un viaggio nella torrida e afosa New Orleans degli anni '40, dove vivono Stanley, immigrato polacco dai modi bruschi, e la moglie Stella; l'equilibrio della coppia viene messo in crisi dall'arrivo nel loro microcosmo della sorella di lei, Blanche, la quale dopo aver perduto la ricca e avita dimora di famiglia va a stare con Stella. La brutalità di Stanley, il legame prepotentemente carnale che lo lega alla moglie (la quale lo ricambia con altrettanta passionalità), la miseria materiale del loro appartamento, l'invadenza dei loro vicini, sono troppo per il delicato equilibrio psichico di Blanche, che vive di illusioni e ricordi edulcorati di un passato glorioso sotto i quali si nascondono segreti e dolorose repressioni. Il ménage familiare dei Kowalski, che tra alti e bassi procedeva serenamente e presto sarebbe stato allietato dalla nascita di un bambino, diventa ben presto catastrofico: le arie raffinate e affettate di Blanche irritano Stanley, che non perde occasione per tormentarla al fine di scoprire che ne è stato dell'eredità dei Dubois, e Stella, esasperata dal comportamento del marito e dall'isterismo della sorella, lascia Stanley. Quando il drammatico passato di Blanche verrà scoperto dal cognato, che le farà prima terra bruciata intorno allontanando un pretendente che l'avrebbe sposata e infine la violenterà, alla donna non resta altro che lasciarsi scivolare nell'abisso della follia.

L'estremo realismo delle passione del trio protagonista del dramma di Williams contrasta con l'assenza di un contesto storico forte, facendo quindi di Blanche, Stella e Stanley dei «personaggi memorabili, enormi ed universali», spiega Latella nelle note di regia, simili alle volte a «eroi ed eroine delle grandi tragedie greche, dove l'eroe questa volta accetta la decadenza nel vivere quotidiano senza sfidare gli déi ma lottando con le proprie ossessioni, proprio come fa Blanche, la protagonista del nostro testo, troppo ammalata di vita per riuscire a vivere». Blanche finisce in manicomio, l'unico posto dove potrà vivere nell'illusione («Non voglio realismo. Voglio magia – dice Blanche prima di impazzire – Io tento di fare della magia, altero la realtà. Non dico la verità ma quella che vorrei che fosse la verità, e se questa è una colpa, che mi puniscano pure») perché «in lei tutto sembra menzogna, finzione, artificio ma quella maschera tragica è troppo dolorosa per non sgretolarsi e scoprire che l'urlo non è un buco in un volto d'argilla ma è uno squarcio dell'anima difficile da sopportare», commenta Latella, e «gli unici déi moderni che possono salvarla sono i medici, figure spesso presenti nei testi di Williams».

Ormai chiusa nel suo mondo, Blanche dà il braccio al dottore venuto a internarla («Chiunque lei sia: ho sempre fidato nella gentilezza degli estranei») perché è proprio ai dottori che «ci si affida pur di morire vivendo un lirismo di assenze, in un ultimo tentativo disumano che ci obbliga e ci costringe ad usare tutte le nostre forze pure di adeguare la realtà ad un ideale e vincere l'angoscioso senso di solitudine», conclude il regista. Chiara Cecchini