L’AMERICA vista dal finestrino di ANDREW BUSH

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Dimmi che macchina guidi e ti dirò chi sei. E’ questo il presupposto da cui s’è mosso Andrew Bush quando tra il 1989 e il 1997 ha realizzato la sua serie fotografica più famosa, intitolata, manco a dirlo, “Vector Portraits”: ritratti in automobile.

Nei quindici scatti raccolti dalla nuova galleria capitolina Bloo – che ha aperto i battenti proprio in occasione dell’inaugurazione della mostra lo scorso 9 marzo – l’artista cattura tutto lo spirito americano (e californiano) della Los Angeles “va dove ti porta il cuore” (e fino a dove te lo permette il carburante). Nell’istante di un click, tra le 20 e le 70 miglia all’ora e in non più di un paio di metri quadri di abitacolo, ecco svelati vizi e virtù del grande popolo a stelle e strisce, ritratto sì di sfuggita, ma intimamente, di nascosto, realmente più che mai. Una grandissima storia d’amore, quella tra gli statunitensi e la loro automobile, che Bush ha voluto raccontare anche lui al volante della propria utilitaria giapponese, utilizzandola però – paradosso della tecnologia – come un treppiedi a quattro ruote.

Andrew si affianca alle vetture, inquadra, e scatta. E’ una sorta di paparazzo sui generis, che non insegue ma ti segue. E soprattutto è molto più democratico. Al suo obiettivo, infatti, non sfugge nessuno. Ci sono supervamp d’un biondo da far rivoltare nella tomba pure Marilyn, ci sono i classici baffuti incappellati che neanche a immaginarseli vengono così. E poi vecchi snob e giovani romantici, borghesi lussuriosi e working class heroes. Hip hop nigger e yankee vintage. Tutti diversi, e tutte diverse le loro macchine. Scassate e luccicanti, sportive e rialzate. Cromate, cromatissime. Rattoppate, rattoppatissime. Ne nasce una vera e propria indagine sociale in cui i legami visivi fra il modo in cui appaiono le persone e il modo in cui appare la loro vettura si accentuano oltremodo. Della serie “le cose che possiedi alla fine ti possiedono” – Tyler Durden nel film “Fight Club” – . “Sei ciò che guidi” sostiene invece Andrew Bush, secondo cui il comportamento al volante, anche se in apparenza insignificante, svela a tutti gli effetti la personalità del conducente. Chissà cosa scoprirebbe a Roma il fotografo americano, che siamo tutti delle Smart? Oppure dei trombettisti? Speriamo non dei tromboni.

Francesco Gabriele