I manichini che fermano il tempo per la strada (FOTO)

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L’artista di strada scrive sui muri. Mark Jenkins è un artista di strada. Mark Jenkins scrive sui muri. Un sillogismo inappuntabile, ma che non regge per l’americano, in mostra da domani alla Wunderkammern per la sua prima personale in Italia. Jenkins è uno “urban” sui generis, il rappresentante 2.0 di una corrente artistica ipercontemporanea rumorosa ma isolata, che lotta ogni giorno per sfuggire alla condanna dell’anonimato e dell’invisibilità.

Le opere di questo stravagante artista di Washington si notano, eccome. Si toccano e si “vivono” in prima persona. I suoi “Living Layers” sono installazioni “iperrealiste” on the road, “tape sculture” messe qua e là per le strade della città o sopra i tetti dei suoi palazzi. Sono manichini fatti di scotch, avvolti nell’immondizia e cinti da pellicole trasparenti. Te li vedi sbucare all’improvviso, dietro l’angolo che stai attraversando o appoggiati a un muro dall’altra parte della carreggiata. Stanno distesi sul marciapiede, come a chiedere pietà al mondo; stanno seduti sul cornicione di un hotel, i piedi sospesi nel vuoto. Si butta di sotto? Che diavolo sta facendo tutto incappucciato lassù? Uno l’hanno visto sprofondare in un cassonetto per sola carta. Più che altro gli hanno visto le gambe, uniche parti del corpo a uscire da quell’insolito guscio. S’è differenziato da solo. No, non sono fantocci. Non può essere così. Non respirano, quello è vero. Ma sono uomini come noi. Anzi siamo noi, visti da noi all’infuori di noi. Jenkins ha capito che non basta uno specchio per riuscire a guardarci dentro. E non basta nemmeno più un muro, e qualche immagine colorata da spararci sopra a mo’ di messaggio. La realtà si influenza solo e soltanto con altra realtà. L’importante è che sia credibile. Lo fanno i film, in quell’ora e mezzo, due al buio del cinema sotto casa. Lo fa lui, in quell’attimo in cui ci sorprende mentre corriamo per non fare tardi a lavoro; in quei cinque minuti a passeggio: imbambolati a chiederci il perchè e il per come di questi strampalati “amici” imparruccati.

Ecco, il punto è proprio questo. Il punto è la reazione. Chiunque passi vicino ai “Living Layers” di Jenkins rimane sbigottito, dubbioso. Poi ride, o li irride. Alla peggio sorride. C’è chi li fissa, c’è chi li scruta. Mai nessuno che li snobba. Gli occhi si staccano dal telefonino, i passi rallentano se vanno veloci, i discorsi si interrompono e non si riprendono più. Che siano istanti, che siano minuti, Mark ferma il tempo. Ferma i giovani e gli anziani, ferma i benvestiti e ferma i benpensanti. Vuoi vedere che riesce a fermare anche te?

Francesco Gabriele

 

 

 

 

 

 

 

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