LEONARD FREED CHE AMA L’ITALIA

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Una storia d’amore lunga più di cinquant’anni quella tra Leonard Freed e l’Italia. Dalla metà del Novecento agli inizi del nuovo secolo il grandissimo fotografo dell’agenzia Magnum – che amava definirsi un artista più che un reporter – realizzò alcune delle immagini più belle raffiguranti la nostra penisola. Da oggi oltre un centinaio di questi scatti sono raccolti al Museo di Roma in Trastevere in una mostra dal fascino tutto tricolore.

“Io amo l’Italia” è una sorta di diario degli oltre quarantacinque soggiorni compiuti nel nord e nel sud del Bel Paese. L’esposizione raccoglie un’ampia selezione dei suoi dipinti fotografici: immagini “emotive” più che “informative”. Dalle istantanee di Freed non traspare la ricerca della notizia quanto invece la volontà di approfondire la dimensione più intima della natura umana. Gli scatti – analogici e rigorosamente in bianco e nero – colgono il lato più dolce e commovente dell’autore, capace di ritrarre la nostra società senza usare stereotipi. Quando fra il 1952 e il 1958, mosso dall’interesse per l’arte fece i suoi primi viaggi in Europa, Leonard, uno statunitense aperto, curioso, intelligente e gentile, scoprì la propria passione per la fotografia – che inizialmente costituì solo un espediente per procurarsi da vivere – e venne conquistato dall’Italia, un paese con il quale l’artista entrò in contatto sin da subito, nella Little Italy di New York, e che poi divenne vero e proprio luogo di ricerca interiore nonchè campo di osservazione privilegiato. Molto più che per l’arte, l’architettura o il paesaggio, l’amore del documentarista fu per gli italiani. Affascinato dalla vita della gente comune, Freed non manca mai di evidenziare nelle sue fotografie la spontaneità e il calore tipici di un’intera popolazione – sia essa rappresentata da lavoratori siciliani, soldati seduti su un ponte a Firenze o aristocratici veneziani e romani – . Il suo punto di vista (e di raffigurazione) non è mai politico, ma rivela comunque le tante e diverse condizioni socioeconomiche riscontrate all’epoca. La ricerca dell’uomo Magnum, sensibile all’antropologia culturale e all’indagine etnografica, scaturisce dalla necessità di ritrovare il senso delle proprie origini attraverso lo studio di comunità tradizionali, pur percependo una profonda distanza con la cultura ebraica della sua famiglia.

Come sostenne lo stesso artista (come non essere d’accordo con la sua autodefinizione?): «Sono come uno studente curioso che vuole imparare. Per poter fotografare devi prima avere un’opinione, devi prendere una decisione. Poi, quando stai fotografando, sei immerso nell’esperienza, diventi parte di ciò che stai immortalando. Devi immedesimarti nella psicologia di chi stai per rappresentare, pensare ciò che lui pensa, essere sempre molto amichevole e neutrale». E ancora: «Voglio una fotografia che si possa appendere in parete, per essere letta come un poema». Quello d’Italia, e degli italiani, lo si potrà leggere a piazza Sant’Egidio fino al 27 maggio. D’un fiato.

Francesco Gabriele

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