ARTURO GHERGO, L’INVENTORE DELLE DIVE

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La bellezza e l'eleganza del dorato mondo dell’alta borghesia e dell’aristrocrazia romana rivive nelle fotografie di Arturo Ghergo in mostra fino all’8 luglio al Palazzo delle Esposizioni. Se in America e in Inghilterra Clarence Sinclair Bull, Irving Penn e Richard Avendon cristallizzavano per sempre l’immagine delle dive del cinema e dei grandi magnati, in Italia è proprio Ghergo che contribuisce a rendere “glamour” le attrici del Ventennio e le nuove dive della Hollywood sul Tevere dopo il cinema dei telefoni bianchi.

L’arte di Ghergo spicca tra gli altri fotografi italiani, in bilico tra provincialismo, pittorialismo e timide spinte moderniste di gusto vagamente neoclassico: la fotografia americana di moda e cinema viene così reinterpretata e adattata alla maniera e al gusto del nascente immaginario visivo. La società italiana italiana si evolve, progredisce e diventa sempre più sofisticata, sforzandosi di assomigliare il più possibile all'eleganza e all'understatement anglosassone. La raffigurazione della presenza femminile nelle immagini di Arturo Ghergo contrasta e stride con i canoni estetici che venivano propagandati dal Regime e dalle riviste di moda di allora. Le donne di Ghergo sono figure sottili ed eteree, dalle forme discrete e dal sex appeal appena intuito, all’opposto delle “signorine Grandi Firme” e delle maggiorate fisiche che di lì a poco avrebbero dominato il cinema. Ghergo è stato il ritrattista preferito del bel mondo e soprattutto è stato il fotografo dei divi, che grazie al suo obiettivo diventavano creature ultraterrene di siderale perfezione. Nel suo studio fotografico di via Condotti, Ghergo creava delle vere e proprie “icone”, con i suoi ritratti in formato rigorosamente 18×24, le pose ieratiche, il controllo sapiente della luce. Le figure ritratte non sono più “comuni mortali” e la distanza tra queste divinità e la gente che guarda le foto diventa insormontabile. Ben prima di Photoshop e delle immagini manipolate per togliere chili in eccesso o spianare rughe per dare un aspetto innaturalmente giovane e fresco, Ghergo lavora sia sulla luce sia con il ritocco manuale: un vero e proprio intervento di chirurgia estetica dissimulato con artifici quasi pittorici e sapienza d’alchimista e chimico per sfinare la figura e rendere gli occhi ancora più brillanti.

Nato a Montefano, in provincia di Macerata, Ghergo si trasferisce a Roma nel 1929 appena ventottenne e diventa in poco tempo conteso da divi del cinema, personaggi dell’alta società, della politica e della cultura: tutti desiderosi di farsi fare un ritratto che diventa così un vero e proprio status symbol. Il gran mondo dell’epoca fa la fila per farsi immortalare e le giovani di buona famiglia si divertono a fare le modelle: Marella Caracciolo (non ancora moglie dell’Avvocato Agnelli e non ancora scoperta da Richard Avendon), Consuelo Crespi, Mary Colonna, Josè del Drago, Irene Galitzine. E mentre con Cinecittà si vuole offuscare il mito della cinematografia d’oltreoceano, le nostre star entrano in competizione con quelle americane nell’immaginario collettivo e Ghergo si incarica di non far rimpiangere quelle stelle così brillanti, donando glamour e “divinità” alle nostre autarchiche dive del cinema. Isa Miranda, Mariella Lotti, Francesca Ferrara Pignatelli di Strongoli, Leda Glori, Alida Vali, Marina Berti, Assia Noris, Maria Denis, Valentina Cortese, Clara Calamai, Paola Barbara, Amedeo Nazzari, il duca Marco Visconti, i fratelli Bulgari, Alcide De Gasperi, Gabriella di Robilant, Domitilla Ruspoli, Giulio Andreotti, Massimo Girotti e poi le star degli anni Cinquanta come Sophia Loren, Silvana Pampanini, Gina Lollobrigida, Silvana Mangano, Vittorio Gassman, tutti passano dallo studio di via Condotti. Ma la mostra al PalaExpo, curata da Claudio Domini e Cristina Ghergo, riserva uno spazio anche al Ghergo pittore, influenzato dal cubismo picassiano e dall’esperienza futurista e cinematografica. Con più di 250 fotografie (insieme a otto dipinti), l’esposizione ricostruisce il percorso artistico di Ghergo, testimone con i suoi ritratti di un mondo che non c’è più, in un’epoca di trasformazioni come furono i trent’anni che vanno dal Fascimo agli inizi della Dolce Vita.

Chiara Cecchini