PIRANDELLO “come pare” a Michele Placido

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Per me, io sono colei che mi si crede». Una delle frasi più famose del teatro italiano e mondiale racchiude perfettamente l'essenza del dramma di “Così è (se vi pare)” di Luigi Pirandello, in scena fino al 29 aprile al Teatro Eliseo. Sul palco un’interprete leggendaria, Giuliana Lojodice, insieme a Pino Micol e Luciano Virgilio, la regia è di Michele Placido.

L’incontro tra l'attore Pugliese e il premio Nobel girgentino nasce sotto l’ala di Leonardo Sciascia, quando, come ricorda lo stesso Placido, in una «mattina palermitana, a casa sua, mentre leggendo la sceneggiatura di “Mary per sempre” entravo nel mondo pirandelliano». Placido andò dallo scrittore per leggergli lo script del film che stava per realizzare. Sciascia non disse niente riguardo al progetto ma alla fine regalò all’attore alcune novelle di Pirandello, suggerendogli in particolare la lettura de “La carriola”: «La storia di un uomo molto stimato e preso dal suo lavoro che un giorno davanti al portone di casa vede se stesso, la sua vita, ma per non riconoscersi e per non riconoscere come sua la vita che aveva vissuto fino ad allora. Insomma, anche lui incontra il suo fantasma». Placido riadatta il testo pirandelliano spostando l’azione all’Agrigento degli anni Sessanta, per ricreare l’ambiente chiuso e morbosamente incuriosito dalla novità che accoglie l’arrivo dello strano trio di protagonisti, scampati a un terremoto. Un ambiente borghese in cui agiscono i personaggi e in cui vengono messi a nudo ipocrisie e perbenismi, un’Italietta gretta e provinciale con reminiscenze tipiche del meridione esoterico e magico, come quello cantato da Carlo Levi in “Cristo si è fermato a Eboli”. Eppure nonostante tutti gli sforzi, gli interrogatori, le domande e i bisbigli dietro le spalle, nessuno riuscirà a venire a capo della verità. Quali siano i veri legami tra i personaggi non è dato sapere, la curiosità («naturalissima», viene definita) degli altri interpreti e degli stessi spettatori è destinata a rimanere frustrata: la Verità non esiste e ci sono solo tante verità possibili. Al centro del dramma c'è quindi l’inconoscibilità del reale, mentre le verità si susseguono e si contraddicono l’una con l’altra. Il relativismo pirandelliano qui viene strutturato drammaturgicamente, tra la comunità sociale (con i suoi vizi, le sue crudeltà, i suoi pregiudizi) e chi invece sta fuori dal circolo degli “altri”, solo con la propria esistenza, per non rimanere incastrati nel “giuoco delle parti”.

L’umorismo grottesco e amaro di Pirandello maschera in superficie la drammaticità di questa visione del reale, mentre tutti rimangono incapaci di cogliere la vera sostanza delle cose. Un grande specchio rotto nel salotto di casa Agazzi riflette distorte le immagini di tutti i personaggi del dramma, rivelando un doppio lato per ciascuno: dai tre misteriosi protagonisti al grande raisonneur Laudisi, uno dei tanti personaggi monologanti di Pirandello. Un’intera comunità si ritrova morbosamente attratta dai tre nuovi venuti, che sfuggono alle loro regole e alle loro gabbie sociali. Chi è davvero la signora Ponza? È la figlia della signora Frola e moglie di primo letto del signor Ponza? O è la seconda signora Ponza, subentrata alla prima e tenuta nascosta? E chi è che non può sopportarne l'esistenza? La signora Frola, che non vuole ammettere la morte della figlia e a cui il genero deve così nascondere la nuova consorte? O è lo stesso signor Ponza, sconvolto dalla morte della prima moglie e precipitato nella follia dopo la sua scomparsa che ha costretto la povera donna a fingersi un'altra e a celebrare un nuovo, secondo matrimonio? E se invece la verità fosse ancora più scottante, più imprevedibile e più morbosa? E se la signora Frola e il signor Ponza avessero una relazione clandestina e incestuosa e la signora Ponza, che nessuno ha mai visto e che vive rinchiusa in casa, sia il frutto illecito di questa passione? L’improvvisa apparizione sulla scena proprio della signora Ponza, evocata dalla comunità in una sorta di seduta spiritica, sembra quella di un fantasma: avvolta in un velo nero, la donna è il fantasma della Verità, una sfinge che rivela l’impossibilità di venire a capo del problema: “La verità è solo questa: che io sono sì, la figlia della signora Frola, e la seconda moglie del signor Ponza”.

Chiara Cecchini