“A SANTA LUCIA”, la Napoli del primo dopoguerra tra scugnizzi, accattoni e nobili decaduti

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“A Santa Lucia” è la commedia inedita del grande portavoce del teatro napoletano (insieme a Eduardo) Raffaele Viviani, in scena al Quirino fino al 22 aprile. Con musiche e prosa firmate dallo stesso drammaturgo di Castellammare di Stabia e l’interpretazione di 16 attori sul palco, tra cui Lello Arena, Geppy Gleijeses (anche regista dello spettacolo) e Marianella Bargilli, la vicenda si sviluppa al Borgo Marinari, sotto Castel dell'Ovo e, con precisione, al Ristorante Starita, sullo sfondo di una Napoli postbellica del 1919 da un lato incerottata e impoverita, dall’altro simbolo del Cafè-Chantant, del primo varietà e dell’ascesa dell’avanspettacolo.

Il filo conduttore della storia è l’incontro fisico e sensuale di Fanny, mondana bellissima e capricciosa e Jennaro, il barcaiolo: lo scugnizzo. Intorno a loro cocottes, prostitute di medio bordo, nobiltà decaduta e sifilidica, morfinomani, eroinomani e ubriaconi, poeti in bolletta, francesine d'accatto e vastasi di provincia che vengono sfruttati in città si incontrano e si scontrano con i mitici abitanti del quartiere di Santa Lucia, i cosiddetti “luciani”, che arrostiti dal sole, “nzuarati” dal mare, fermi nel tempo come gli scogli, vivono vendendo ostriche e spighe di grano arrostite ma non la loro dignità. Un testo sorprendente e sconosciuto che toglie il velo a un pezzo di storia della nostra Italia, oltre che a un altro gioiello – colpevolmente sconosciuto finora – della drammaturgia di Viviani.

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