Vladimir Luxuria, MAMMAROMA

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Mi ricordo la pioggia. Mi ricordo che per tre giorni, quando da Foggia arrivai a Roma la prima volta nel 1985, piovve senza smettere mai. M’ero diplomata l’anno prima; nella capitale ero venuta per prendermi una laurea». «Mi ricordo Gerardo e Francesco, le prime due persone che conobbi in questa città. Erano un coppia e furono i miei ciceroni. Mi ricordo Pino, il mio amico Pino. Che aveva una casa a Centocelle, dove di tanto in tanto mi ospitava e mi faceva da mangiare». «Mi ricordo che cercavo un luogo dove sentire piena la mia libertà».

«E mi ricordo una sera, in una pensione dalle parti di Termini: chiesi un ferro da stiro alla proprietaria; quella mi rispose che non l’aveva, ma di non preoccuparmi “che tanto a Roma nun te se ’ncula nessuno”». «Giravo di notte» si ricorda Vladimiro Guadagno, adesso che tutti la conoscono come Vladimir Luxuria, «e non avevo paura di nessuno, nonostante quell’aspetto che mi portavo appresso, così visibilmente diversa con le mie camicette svolazzanti. Ero talmente determinata, avevo vent’anni, direi incosciente, che dovevano essere gli altri ad avere paura di me. E le mie notti erano lunghissime e finivano tutte con i maritozzi alla panna che compravamo in un localetto di Trastevere, vicino alla stazione. Ci sono tornata non molto tempo fa: un flash back meraviglioso». «Mi ricordo che per tornare a casa facevo l’autostop, che per fortuna non m’hanno mai rifiutato». «Mi ricordo le discoteche, quelle gay. Andavo all’Easy Going, che stava a due passi da piazza Barberini. Andavo all’Alibi a Testaccio; e all’Angelo Azzurro, dove accadde che non mi fecero entrare: forse ero troppo conciata, forse il verde della mia maglietta era troppo “pisello”. Ci rimasi malissimo. Dell’Angelo Azzurro mi ricordo che ballavano tutti davanti allo specchio, nessuno sembrava accorgersi della presenza degli altri, e io pensavo: “ora questo specchio lo rompo così saranno costretti almeno a guardarsi fra loro”. Al bancone bar c’era Mammina, una drag queen che era il punto di riferimento di noi tutti». «Mi ricordo che quei locali per me non significavano soltanto divertimento; erano luoghi di asilo. E di accoglienza. Sapevo che lì nessuno mi avrebbe giudicato perché chi mi stava intorno era come me. Mi sentivo maggioranza. A quelle discoteche devo l’impegno e la passione che ho messo poi per realizzare da direttrice artistica la festa di Muccassassina. Dieci anni», dal 1993 al 2003, «durante i quali un evento partito in sordina è cresciuto tanto da costringerci a cambiare continuamente location per riuscire a ospitare tutti: Mattattoio, Castello, Palladium alla Garbatella.

E infine il Qube, a Portonaccio». «“Quella è periferia” mi dicevano quando decidemmo per l’ennesimo e definitivo trasferimento, “avremo dei problemi”. Non m’importava. E comunque si sbagliavano. A me poi le periferie piacciono. Sono io stessa una periferia, che mi si guardi dal centro eterosessuale o da quello omosessuale. In periferia ho scelto la mia casa. Da più di vent’anni sto al Pigneto e l’ho visto trasformarsi. Venni ad abitare qui e le persone che conoscevo mi guardavano come una poverina. Ora ci vivono artisti, moltissimi gay e migranti. I prezzi degli appartamenti sono raddoppiati e col tempo è diventato un quartiere di ritrovo notturno. Ma da qualche anno la zona è fuori controllo. Troppo spaccio; talmente evidente. A chiunque passi offrono roba e s'incazzano se non la compri. E’ assillante. E poi manca il rispetto per chi in questo posto ci vive da parte di quelli che qui vengono a divertirsi: schiamazzi fino a notte fonda. Quando facevamo Muccassassina ci tenevamo a dire ai ragazzi di non fare casino quando uscivano, per non disturbare la gente che dormiva. I gestori dei locali del Pigneto che stanno facendo i soldi invece se ne fregano. Ma sono soprattutto le istituzioni che se ne fregano.

Alemanno ha vinto una campagna elettorale sulla sicurezza ma proprio su questo fronte è stato fallimentare. Lo vedo nel mio quartiere. E se fosse uno coerente dovrebbe dimettersi. La città in questi anni è diventata più aggressiva. E lo dico con dispiacere, perché io di Roma sono innamorata. E come sempre accade quando t’innamori sai scovare i pregi ma anche i difetti, che alla capitale non mancano: la sporcizia per strada, le persone che sui mezzi pubblici non si alzano per far sedere gli anziani, gli automobilisti che ignorano le strisce pedonali. Ovviamente il traffico. Meno male che ora sono diventata famosa e a volte nell’imbuto di Porta Maggiore capita che qualcuno in auto mi noti e resti per un momento impalato e io ne approfitto e gli passo avanti. Ma tutte le storture di questa città non potranno cancellare le passeggiate nelle vie del centro, la cupola illuminata di San Pietro che l’altra sera m’ha colta di sorpresa uscendo da un vicolo mentre tornavo a casa dopo il mio spettacolo al teatro Ghione». «Mi ricordo una canzone – la cantava Gina Lollobrigida – che ho riascoltato di recente e che fa: “Non so cosa sia ma quando sto a Roma se esco de casa me pare de entrà a casa mia”. Potrei averla scritta io. Perché questa città mi ha dato molte possibilità e molti amici; mi ha dato un posto dove vivere e una carriera. Perché in questa città m’hanno teso la mano quando ne ho avuto bisogno. E perché non c’è città al mondo dove potrei vivere che non sia Roma. Mamma Roma».

Christian Poccia