CARLOTTA PROIETTI, io canto da sola

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L’automobile è la sua «sala prove numero uno», ma da quell’unica volta che «l’hanno presa i miei genitori, non funziona più il lettore cd: mi dà “error”, una tragedia». Fortunatamente la macchina «ha una decina d’anni, e nello stereo c’è ancora la cassetta. Allora quando sono a casa prendo il mio registratore a nastro, lo piazzo sul computer e, tac, ecco la mia playlist: una tristezza assoluta…». Carlotta Proietti ce l’ha inciso nel nome il suo destino. Che è quello di scherzare con una vita da cui – come dice il singolo “Plastica” del suo primo album – ha avuto “tutto” che pure non le “basta mai”.

Figlia del grande Gigi Proietti, da lui ha ereditato l’autoironia, il modo di ridere, l’espressione del viso e anche il vizio delle sigarette. Non però la professione, che «non si impara certo perché c’hai tuo padre a casa». Eppure quando aveva due anni la chiamavano Draculina: «Era il periodo in cui papà stava lavorando al “Conte di Duval”. Mi esibivo in continuazione, ero incontenibile, e forse anche insopportabile. Mi travestivo, facevo i miei show: tutti pensavano che avrei fatto l’attrice, e invece…». Invece a marzo è uscito il suo esordio discografico: un omonimo «per un soffio», perchè in realtà doveva chiamarsi “Scema”, «come una delle canzoni che ho scritto per prime: una di quelle che “acchiappa” di più. In copertina però si sarebbe letto “Scema Carlotta Proietti”, sai le risate». E allora meglio nome e cognome, una scelta «identitaria» che Carlotta ha compiuto nel lavoro così come nella vita. Da un paio di mesi vive da sola nella «casa più bella del mondo». S’è trasferita in zona Prati, lei che è cresciuta sulla Cassia, che ha «vissuto in una specie di sala hobby subaffittata alla camilluccia», che ha la migliore amica al Tufello, il fidanzato storico alla Bufalotta e il ristorante preferito a Centocelle. «Lego ogni posto che mi piace ai ricordi, alle situazioni vissute e alle persone: sono molto romantica in questo senso». E se ora abita a due passi da piazza Mazzini, dalle sue finestre entra comunque un po’ d’aria del Pigneto, «dove ultimamente adoro andare la sera».

Più indietro nel tempo, sono inevitabilmente il Brancaccio e il Sistina i posti che le sono rimasti scolpiti nel cuore. «Da piccola non vedevo l’ora che mi ci portassero perché c’era sempre un sacco di gente. Mi imbellettavo, facevo disegni e regalini a tutti e andavo in giro dietro le quinte, che con le loro atmosfere festose mi attiravano molto più rispetto alla tensione del palcoscenico». Quella tensione però Carlotta l’ha provata: era il 2005, era il Sistina, e c’erano 1.500 persone. «Papà celebrava i suoi quarant’anni di carriera. E allora ha organizzato una sorta di festa di famiglia nel suo show “Serata d’onore”. Mia sorella recitava e io cantavo una canzone». Un’esperienza «choccante e meravigliosa» allo stesso tempo. «Non vedevo nulla, non sentivo nulla. Prima di andare in scena avrò ripetuto una decina di volte al direttore artistico di venirmi a raccogliere nel caso fossi svenuta». Naturalmente restò in piedi. E anzi, ai suoi piedi, in camerino, finì perfino Nicola Piovani. «Venne da me dopo lo spettacolo, si complimentò, e mi disse: “poi ti devo dire una cosa”. Passò un sacco di tempo, lo rincontrai e mi disse nuovamente: “ricordati che ti devo dire una cosa». Un giorno gliela disse davvero: «“Devi imparare tutte le canzoni di Semo o nun semo romani”. Mi ascoltò in provino e mi scelse per il suo musica. Partecipai a cinque edizioni».

Prima papà Gigi, poi Nicola Piovani, a chiudere il cerchio è venuto infine Giancarlo Bigazzi: «E’ successo tutto per caso. Incontrai tre anni fa sua moglie Gianna al Premio Mia Martini in Calabria. Mi disse di farle sentire qualche pezzo. Andai a Firenze e nacque la collaborazione col Maestro». Con cui ha scritto due canzoni del disco, una delle quali è “Uccidimi”. «Che è un brano nato in inglese e tradotto in italiano con parole che somigliano nel suono a quelle originali». Una tecnica «difficilissima», utilizzata spesso da Mogol, «che mi ha fatto capire la differenza che passa tra me e un’autore come Bigazzi. Ricordo che gli dicevo: “potremmo mettere questa parola, quest’altra, che ne pensi se…”. Lui fumava una sigaretta, s’alzava, stava in silenzio per qualche secondo e di colpo trovava la soluzione che metteva fine a ogni tipo di discussione. Una roba scientifica, pazzesca». Le canzoni di Carlotta, invece, nascono ovunque fuorchè sul tavolino. «Scrivere per me è quasi un’esigenza. Lo faccio in giro, sui mezzi pubblici, in metro: nel caos della gente. Spesso salvo sul cellulare pensieri, o me li annoto sul primo pezzo di carta che trovo in tasca». Poi succede che gli appunti diventino canzoni, come pure che finiscano dritti dritti nel cestino. «Il coraggio di buttare, però, te lo insegna soprattutto la lavorazione sull’album. Arrivare a nove inediti è stata un’impresa, anche se un’impresa gratificante». E a complimentarsi per primo con lei per la riuscita del disco non poteva che essere suo papà, il suo «primo ascoltatore» e il suo «primo critico». Quello che l’ha cresciuta a pane e teatro, che l’ha fatta conoscere al grande pubblico, che le «impediva di andare via di casa» quando da giovanissima faceva «la ribelle». E che le cantava alla chitarra «le canzoni della Resistenza spagnola». Quello che ha un cognome che è un macigno, ma che Carlotta sa portarsi appresso leggera. 

Francesco Gabriele