Le raviole di mia nonna e le nuove famiglie

0
23

Avrò avuto cinque o sei anni. Arrivavo si e no a poggiare il mento sul tavolo. Nonna Caterina, tirava la sfoglia e nel frattempo tirava su anche me. La mattina faceva la pasta sottile per fare le raviole, che poi sarebbero i ravioli ma che dalle mie parti vengono declinati al femminile.

Io guardavo e imparavo. Mentre faceva la fontanella con la farina mi parlava delle cose della vita. «E tuo padre di qua e tuo fratello di là… Guarda bene come si fa il ripieno, mai mettere troppa carne che l'imbottitura viene secca e pesante». Erano lezioni di famiglia e quella era la mia famiglia. Dopo aver tirato la sfoglia si andava in chiesa e poi di nuovo a casa a cucinare quello che s’era preparato la mattina. Tutti insieme intorno al tavolo grande della cucina, ché la sala da pranzo era riservata per le cerimonie importanti: matrimoni, battesimi o, al massimo, il Natale.

Sono passati almeno vent’anni da allora. Sono queste le immagini che mi sono venute in mente ascoltando il discorso del Papa a Milano, al meeting internazionale sulla famiglia. Parole di apertura anche nei confronti dei separati, in costante aumento nel nostro paese («La Chiesa li accoglie, non devono sentirsi soli»). Il capoluogo lombardo – lo dice l’Istat – ha un numero di single che ormai ha superato quello delle famiglie “tradizionali”. E allora, come non poter riconoscere il diritto di coloro che vivono insieme senza essere sposati per scelta o per divieto? Non costituiscono anche loro un nucleo famigliare? Quanto è cambiato questo concetto negli ultimi tempi. «Fatti suora», mi diceva sempre la nonna, «così non hai problemi». Magari aveva ragione lei.

Elisa Isoardi