C’era una volta PIOTTA

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C'era una volta la bella vita. C’era una volta l’hip hop romano che cantava la bella vita. E c’era una volta Piotta. C’era il suo Supercafone che viveva di locali, di cinema, di miti. Che girava di notte con “la giacca della Standa” e i “pantaloni a zampa”. Che sognava di ballare “allo Studio 54 o al Piper disco”, di brindare “con Funari a champagne e mortadella”. Addirittura di votare Moana Pozzi, “pè cambià la società”. «L’immaginario che io raccontavo – dice l’artista capitolino, all’anagrafe Tommaso Zanello – era quello di fine Settanta e degli Ottanta, delle notti, dei club, della commedia, dei libri e anche di alcune canzoni; che s’è perso non soltanto nella musica, ma prima di tutto nella vita. Sarebbe una forzatura anche sciocca perpetuare quell’idea di Italia che non c’è più». 

Era il 1999 e “Supercafone” spopolava nelle radio. Un tormentone di fine secolo che andò ben oltre i confini della cultura rap e che contagiò il grande pubblico. Ma che non fu capito fino in fondo. «Aveva suscitato più letture, alcune giuste altre completamente fuorvianti. I media nazionalpopolari cominciarono un gioco perverso. Non c’era ancora internet e io non potevo replicare. Mi identificarono con il Supercafone, un’immagine già a quei tempi sbagliata per come era stata presentata. Diventai “er Piotta”. E io lì a spiegare: “Mi chiamo Piotta, che Zucchero lo chiami lo Zucchero?”. Il mio sforzo emotivo, umano, artistico e produttivo veniva sistematicamente ignorato. E vanificato». Un’etichetta, quella del Supercafone, che gli si è appiccicata addosso per anni, ma che ora non pesa più. «Certo, la signora del supermercato, che guarda molta tv e non compra mai dischi, avrà ancora questa considerazione di me. Ma con il mio pubblico, che è giovane, attento e anche esigente, non c’è alcun rischio di fraintendimenti». 

E non c’era neppure allora. Perché il rap di Piotta «non è mai stato quello dei suv, dei privè, delle belle donne e dei moet-chandon. Non è mai stato quello dei testi che inneggiano continuamente alla svolta, allo status symbol del denaro: nulla di più lontano da me». Lontano almeno quanto lo sono gli Stati Uniti, dove invece è cominciata la “new age” di Tommaso, che suona decisamente rock. «Quattro anni fa ospitai nel mio programma radiofonico un collega americano, che si chiama Capital X, come la pena di morte perché è stato condannato e poi graziato. Tre mesi dopo ero negli Usa con lui a suonare in un tour gigantesco, il Warped. In quelle cinque settimane immerso nel rock mi sono detto: “Cazzo, questo è il sound perfetto per il nuovo album”. E’ il rock che ha trovato me, non io che l’ho cercato». 

Una folgorazione, ma nemmeno tanto. «Da ragazzo dividevo la cameretta con mio fratello, che ha dieci anni più di me e che mi ha “cresciuto” a suon di ac/dc, Saxon, o anche Joy Division, che già mi piacciono di più. Ora che ci penso pure il primo pezzo rap a cui mi affezionai, “Walk this way”, in realtà era già un crossover. Insomma, ho fatto il giro del mondo per poi tornare al punto di partenza, ma con sulle spalle tanta esperienza e maturità in più. E poi se uno a novant’anni facesse ancora il quattordicenne degli inizi, sarebbe un idiota. La musica assume nel tempo delle vesti, dei colori e uno spessore differenti. Cambia insieme a chi la fa. Vedi Jovanotti, che è stato forse il primo a dimostrare che se un artista da giovane ha successo con pezzi più leggeri, non è che deve rimanere ancorato a quel tipo di proposta per tutta la vita. O Fiorello, nato col karaoke. Persino Caparezza, che agli albori era “Mikimix”, e che ho conosciuto nel 2004 nel backstage del concertone del primo maggio: amicizia a prima vista». 

Proprio come Piotta. Che non è morto, nonostante quel che dice il primo singolo del suo nuovo “Odio gli indifferenti”. Pure se pare risorto dopo aver raccontato «questa idea di evoluzione continua del mio cammino artistico e personale. Anche il video di “Piotta è morto” – che cita il famosissimo film con Bill Murray “Ricomincio da capo” – si sposa perfettamente con il contenuto della canzone. Al primo ascolto dici: “Cacchio, è simpatica. E carina. E ballabile”. E poi t’accorgi di un certo tipo di metafora». A due passi dai quarant’anni Tommaso Zanello è ancora e per tutti Piotta. «Questo soprannome ce l’avevo anche prima, ce l’ho da una vita. Non è nato per motivi musicali. E' a monte, come si dice a Roma. Poi certo, facendo musica suonava bene. Io sono Tommaso, sono Zanello, e sono comunque» per sempre «Piotta».

Francesco Gabriele