La street art diventa barocca

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Il muro di una palazzina antica in pieno centro storico a Roma: un angolo di città che siamo abituati a vedere tutti i giorni e al quale non prestiamo più caso, abituati come siamo alla sua struttura, al color ocra delle sue pareti, all'insegna del bar all'angolo e a tanti altri piccoli dettagli. Un giorno però il nostro sguardo è catturato da un elemento nuovo: sul nostro panorama abituale s’è aperta una finestra che prima non c'era. Il vecchio artificio barocco dell'illusione e delle finestre dipinte (i palazzi della vecchia Roma ne sono pieni) torna alla ribalta con un nuovo significato "sbagliato". Sbagliato è infatti il nome del progetto del collettivo di artisti che all'improvviso fa apparire porte e finestre su muri che non prima non ne avevano.

La galleria 999 Contemporary dedica a quest’innovativo modo di fare street art una mostra dal 21 giugno al 21 luglio. Una fotografica alta risoluzione dell’illusione, che diventa – grazie alla stampa cera – un'immagine più vera del vero. Scogli, cavalcavia, muri: Sbagliato apre questi spazi chiusi portando porte e finestre, regalando una vita dove prima non c'era.

L'intervento di Sbagliato stravolge l'architettura degli edifici aggiungendo dettagli ed elementi architettonici non previsti dall'autore, giocando con lo sguardo di chi osserva, che non deve essere necessariamente un esperto per apprezzare lo studio che ha impegnato l'artista nella scelta del giusto tipo di finestra da abbinare a quell'edificio o a quello spazio. Le sue installazioni murali non sono fatte per scandalizzare la gente né per criticare né per lasciare un segno permanente e indelebile: solo semplici fogli di carta che regalano uno squarcio di vita dove prima non c'era. L'attività di Sbagliato, si legge fra le note riferite alla mostra, «intraprende, attraverso le proprie creazioni, una complessa ricerca architettonica intesa sia come azione di mimesi nello spazio metropolitano, realizzando attività di riqualificazione in termini di abbellimento urbanistico, specie nelle zone periferiche, e sia attività d’interazione con le architetture preesistenti, rivisitando gli equilibri interni alle strutture su cui operano, ritenendo maggiormente stimolante pensare all’assenza di un canone di perfezione architettonica o di equilibrio stabilito, nella fattispecie di forme, spazi e geometrie, e in virtù di ciò, la possibilità ad intervenire su ogni struttura in quanto opera non-finita in termini di ricerca; tutto questo implicando uno stravolgimento del concetto di proprietà privata».

Chiara Cecchini