E luce al neon fu

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Nel 1912, un barbiere parigino di Booulevard Montmartre si lasciò affascinare dalla modernità e installò sulla sua bottega la prima insegna al neon, opera del chimico e fisico francese Georges Claude. Dalla pubblicità alla storia dell'arte, il passo è breve e da oggi fino al 4 novembre il Macro ospita la mostra "Neon. La materia luminosa dell'arte", a cura di David Rosemberg e Bartolomeo Pietromarchi.

Ideata dallo stesso Rosemberg e co-organizzata con la Maison Rouge di Parigi (dove è rimasta esposta fino al 20 maggio), la mostra celebra idealmente il centenario della scoperta di Claude (che coincide tra l'altro con il cinquantesimo anniversario della nascita di Enel, partner del progetto) e raccoglie circa una settantina di opere di oltre cinquanta artisti che hanno utilizzato il neon all'interno della propria ricerca.

Una storia lunga cento anni, di cui più della metà passata a dividersi tra pubblicità e arte. Dopo aver illuminato con le sue luci gli Champs-Élysées, il neon sbarca oltre oceano negli anni Venti per accendere l'insegna di un autosalone della Packard a Los Angeles. In Europa come in America, decine di artisti hanno utilizzato il neon, attratti dalla straordinaria versatilità di questa "materia luminosa", indagandone le potenzialità linguistiche, materiche e concettuali: con i tubi al neon si può scrivere, disegnare, evidenziare, illuminare, dare dimensione. Dai primi esperimenti pionieristici di Gyula Kosice tra gli anni Quaranta e e Cinquanta, fino alle esperienze di François Morellet, Bruce Nauman, Stephen Antonakos, Joseph Kosuth negli anni Sessanta, fino a Jason Rhoades. Il tubo luminoso riempito di gas nobile brevettato da Claude, è passato infatti dalle insegne commerciali o industriali a medium artistico. Le opere in mostra si susseguono non seguendo un ordine cronologico ma secondo un percorso tematico che mette in relazione lavori distanti tra loro nel tempo e nello spazio.

Dall'analisi puramente linguistica alla ricerca sulle potenzialità architettoniche e urbane, dalla dimensione geometrica a quella sentimentale, la mostra indaga le diverse prospettive con cui gli artisti si sono confrontati con l'invenzione di Claude. Passando da Parigi a Roma, la mostra si è arricchita con la presenza di un focus sugli artisti italiani che hanno lavorato su e con il neon, sottolineando così la naturale propensione dell'arte italiana verso questo tipo di materiale: da Mario Merz a Pierpaolo Calzolari e Maurizio Nannucci (il suo lavoro "Who's afraid of red yellow and blue?" dava il titolo all'esposizione parigina), senza dimenticare Massimo Bartolini, Maurizio Cattelan, Flavio Favelli, Piero Golia, Marcello Maloberti, Valerio Rocco Orlando, Riccardo Previdi, Paolo Scirpa, Massimo Uberti, Grazia Varisco e Vedovamazzei. Manca il vero pioniere dell'arte al neon italiana Lucio Fontana: la sua spirale luminosa del 1951 per la Triennale di Milano, prima opera realizzata solo con il neon, è in esposizione permanente al Museo del Novecento di Milano. La mostra è accompagnata da un catalogo bilingue in italiano e in inglese, edito da Macro e Quodlibet; il libro ripercorre l'utilizzo del neon nel panorama artistico internazionale degli ultimi cinquant'anni, con testi di Bartolomeo Pietromarchi, David Rosenberg e Luis de Miranda.

Chiara Cecchini