La mia maturità e quella dei ragazzi 2.0

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Non mi ricordo che giorno fosse, forse un lunedì. Ricordo però che mi tremavano le gambe, che avevo il portapenne e il dizionario e che lo stomaco faceva rumori strani nonostante la colazione. Era il giugno del 2001. Io ero l'unica ragazza della mia classe all'istituto tecnico per geometri e quello era il giorno degli esami di maturità.

Prima delle 8 eravamo tutti accalcati davanti alla porta con la paura di capitare al primo banco e non riuscire a sbirciare i bigliettini preparati con cura da un mese. Quasi buttammo giù la prof per accaparrarci il posto migliore. A me toccò il banco centrale, niente male. Le tracce della prova scritta di quell'anno parlavano di Europa e globalizzazione. Io non ne sapevo molto; a 18 anni la mia vita era fatta di tante cose e certo l'Europa non era la preoccupazione principale. Ma andò tutto sommato bene e presi un voto sopra la sufficienza.

Undici anni più tardi, i ragazzi alla prova della maturità ieri se la sono dovuta vedere con il tema sulla crisi e i giovani con riferimenti a Steve Jobs. Una questione che i ragazzi vivranno in prima persona. Fortunatamente le nuove generazioni sono più sveglie rispetto al passato e hanno capito che le cose sono cambiate, che non bisogna più sperare nel posto fisso, quello dei loro genitori, ma che bisogna lottare più di prima per andare avanti. La domanda che mi pongo è se la società è pronta ad accogliere questi giovani pieni di vita e voglia di fare e offrire loro strumenti per realizzarsi. Per ora questo per loro è il primo vero esame della vita, e se è vero, come diceva Eduardo De Filippo, che «gli esami non finiscono mai», io dico: forza ragazzi, è solo l'inizio!

Elisa Isoardi