Le radici \”ca tengono\” i Sud Sound System

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Se si chiede a Nando Popu che cosa sia la terra, lui risponde «è casa». Conciso e limpido, come tutta la musica dei suoi Sud Sound System – in concerto stasera a Villa Ada – il cantante spiega come «molti uomini pensano che la terra valga sempre di meno, quando invece è tutto il contrario. La nostra terra non è in pericolo, sta bene; siamo noi a stare male, sia con il corpo che con la mente». D'altronde «se la nostra specie venisse a mancare la terra ne gioverebbe». Ecco perché «la nostra musica è alla ricerca di un continuo rapporto con lei. E se qualcuno mi chiama terrone, bè, non lo prendo certo come un insulto». E in effetti è proprio così, non c’è niente di più bello che essere accostati a Madre Terra. Come fossimo suoi figli.

E i figli della terra sono cittadini del mondo, un mondo universale, senza confini eppure consapevole fino in fondo delle proprie origini; in queste origini, poi, si ritrova la tradizione e il dialetto. «Non siamo noi ad aver recuperato il dialetto, ma è il dialetto che ci ha recuperati. E' la tradizione che si serve di noi». E che parla attraverso la musica, senza alcuna retorica; che invita i giovani a conoscere l’antico che ancora è presente in ogni cosa. «La musica fatta in dialetto è un gesto confidenziale, un atto d’amore; è la musica del focolare, della tribù, del clan. Il dialetto è come un inchino: magari non capisci le parole, ma sai bene cosa voglio da te». Cosa vuole Nando Popu e cosa vogliono i Sud Sound System è che la memoria «ci ricordi sempre cosa siamo stati, cosa stiamo e cosa potremo diventare». 

«Ecco perché dico che il dialetto ci ha presi: noi abbiamo creato un nostro protocollo di linguaggio che in realtà esisteva già ed era il linguaggio dei nostri nonni», «E’ come se apri un pentolone ed escono gli odori di quegli anni» e il paragone è quanto mai azzeccatissimo. Ma ai tempi dei nonni c’era già la taranta con tutti i suoi significati, quelli più antichi e misteriosi. «La taranta non è morta, la taranta siamo ancora noi» e il discorso potrebbe perdersi all’infinito, andare lontano nella notte dei tempi. «Mica è il ragno che ti punge, la taranta è un disagio», quando le donne erano vittime dell’uomo padrone o quando chiunque era vittima di un feudatario, tanto che «finivi con essere il nulla». Se il disagio parla attraverso la musica e la taranta, allora il disagio grida; grida che il pericolo è «l’involuzione, ovvero il non essere più umani, e il rifiutare di assumere atteggiamenti umani. Come consumare troppo, che non possiamo più permettercelo».

Quindi bisogna sapersi accontentare, bisogna sapersi donare alla natura e tornare indietro con il pensiero a quando è nata la musica, «perchè il ritmo è nato dal lavoro». E’ primordiale e universale: «La nostra musica si rivolge anche all’aria, tanto siamo tutti lì in mezzo». Ma l’aria è anche uno di quei quattro elementi che «rappresentano la nostra religione, qualcosa di originario a cui tutti apparteniamo e di cui tutti siamo composti».

Se invece a Nando Popu si chiede chi sia il Salento, lui risponde «un folletto di campagna con il cappello rosso che ha una casa nelle radici degli ulivi». Eppure, suo malgrado, il Salento è diventato anche un luogo comune: «Il turismo di massa è come una lima che lavora sul metallo e lo consuma. La nostra terra si è dimenticata di noi, ma noi ci accontentiamo di vivere di musica». Ma poi c’è anche la Giamaica, con la sua cultura e le sue contraddizioni: «La musica lì come qui è catarsi. Spesso, però e purtroppo, la criminalità si serve della musica, ma per fortuna è sempre lei a vincere, appena si scrolla di dosso alcuni individui imbecilli». «Quando eravamo ragazzini pensavamo di essere neri» racconta Popu «il raggae per noi è stato un percorso obbligato; il nostro mito è Nelson Mandela, mica il Papa». D’altronde al Sud la pelle si brucia con il sole e di certo «Se nasci tondo non puoi morire quadrato». E se nasci nero non puoi morire bianco.

Poi si cresce e dopo venti anni di carriera si può azzardare un bilancio, così il 19 giugno scorso è uscito il "Best of" dei Sud Sound System: «Sono passati venti anni dall'esordio. Venti anni e ancora oggi continuiamo a vivere alla giornata». E con la stessa filosofia di scempre: una frase in dialetto (dalla canzone "Le radici ca tieni"). “Lu boia denta vittima puru dopu menz’ura, ma la vittima denta boia se nu tene cultura”, come a dire che «noi possiamo renderci e rendere i nostri figli liberi solo con il sapere». 

Silvia Nitrato Izzo