Ciò che resta dei Doors

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Il 3 luglio 1971 il rock perdeva la voce e il carisma di Jim Morrison. Quarant'anni dopo, nel 2001, Ray Manzarek e Robby Krieger, il tastierista e il chitarrista dei Doors, si son presi l'impegno di accompagnare il nome e la musica del gruppo nel ventunesimo secolo, girando il mondo con una serie di concerti-antologia.

I due sono protagonisti dell'evento di stasera del Rock In Roma, all'Ippodromo delle Capannelle, riproponendo il meglio del repertorio della band a uso e consumo di chi si è perso gli anni Sessanta e vuole poter dire "Io c'ero e li ho ascoltati dal vivo". Poco importa se i Doors si sciolsero ufficialmente nel 1973, due anni dopo la misteriosa morte di Morrison, perché niente fu più lo stesso dopo la morte del "Re Lucertola".

Manca all'appello il terzo componente del gruppo ancora in vita: il batterista John Desmore, lo strenuo difensore della memoria dei Doors che ha portato in tribunale gli ex colleghi per impedire loro di usare il nome della band in concerti e dischi. "Quello che resta dei Doors", orfani di Morrison, del loro sciamano, del Re Lucertola che cadeva in trance davanti alle "porte della percezione" (il nome della band riprende il titolo del saggio di Aldous Huxley sugli effetti della droga, uno dei testi fondamentali della beat generation degli anni Sessanta, a sua volta ripreso dai verso di una poesia di William Blake), si presenterà sul palco accompagnato da Ty Dennis alla batteria e da Phil Chen al basso ma, soprattutto, da Dave Brock, «il più bravo cantante di tutte le tribute band dei Doors», secondo Krieger.

Certo, si può discutere sul senso dell'operazione, sul perché il duo si esibisca correndo il rischio di essere declassificati a "cover band" di sé stessi, ma il sound è ancora quello di sempre, l'inventiva musicale, la commistione tra rock, blues, jazz, le atmosfere psichedeliche sono sempre quelle. La riprova che i Doors sono stati un grande gruppo, forse secondo solo al "binomio" Beatles – Rolling Stones, sta anche in questo: senza Jim Morrison non ci sarebbero stati i "Doors" ma senza il "bootleneck" di Krieger e le tastiere di "Manzarek" forse neanche lui sarebbe entrato nella leggenda.

La scaletta ripropone i capisaldi della produzione della band, che in soli sei anni (dal 1965 ala 1971) ha lasciato un segno indelebile nella storia del rock. Robby Krieger cesellerà ancora il riff di "Roadhouse Blues", l'organo di Manzarek produrrà ancora arabeschi inquietanti e ipnotici di "The End". Così come non mancheranno all'appello l'incendiaria e oltraggiosa "Light My Fire", l'altrettanto "evocativa" Touch me", la spagnoleggiante "Spanish Caravan", con il riff ispirato da "Asturias" di Isaac Albeniz, la spettrale "Riders of the Storm", il luciferino teatrino di "Alabama Song", l'ultima "L.A. Woman" (title track dell'omonimo album di cui quest'anno ricorre il quarantesimo anniversario), il manifesto generazionale "Break on trough", l'inquietante "Crystal Ship", passando per "Love me two times", "Five to One", "Peace Frog", "When the music's over", "People are strange".

Chiara Cecchini