Lenny Kravitz, rock in bianco e nero

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Lenny Kravitz e il suo “Black and white” tour fanno tappa stasera all’Ippodromo delle Capanelle. L’eclettico cantante newyorkese, figlio di un produttore della Nbc e di Roxie Roker (la Helen della serie tv cult degli anni Ottanta “I Jefferson”) animerà la serata romana con un’antologia delle sue canzoni più famose insieme ai brani dell’ultimo disco di inediti “Black and white America” (oltre 35 milioni di copie vendute in tutto il mondo). Un disco molto particolare, registrato tra Parigi e le Bahamas (terra d'origine della madre), nel quale Kravitz si rifà alla grande stagione della blacksploitation, tra funk e neopsichedelia, rendendo omaggio alla tradizione funkysoul americana.

Il polistrumentista Kravitz canta e suona tutte le sedici canzoni contenute nell’album. Cresciuto nella bambagia che avvolge il lussuoso Upper East Side di Manhattan, Kravitz fu lasciato libero di seguire le proprie aspirazioni musicali (ha studiato pianoforte, chitarra, batteria, basso) sia quando girovagava per le vie malfamate di Bedford-Stuyvesant a Brooklyn sia quando, una volta trasferitosi da adolescente insieme con la famiglia sulla West Coast, entra a far parte del prestigioso California Boys Choir e si esibisce al Metropolitan di New York, dove viene diretto, tra gli altri, da Zubin Mehta.

Un insieme di influenze tra le più svariate, dal gospel al rhythm'n'blues, dai Beatles a Jimi Hendrix, dal funk al raggae, si fondono in quel magma che è il disco d’esordio di Kravitz, “Let love rule” (1989). Successo confermato due anni dopo con l’album “Mama said” (che si avvale tra l’altro di collaborazioni d’eccezione con quella di Slash dei Guns N’ Roses per “Always on the run” e Sean Lennon, figlio dell’ex Beatles John, che suona il pianoforte in “All i ever wanted”. Il disco successivo, “Are you gonna go my way” è quello della svolta rockpsichedelica, con inserti raggae e soprattutto è il disco che fa di Kravitz un divo e un sex symbol (sulla copertina dell’album Kravitz posa con lunghi dreadlocks, petto nudo, occhialoni scuri e posa da seduttore consumato). Seguono poi “Circus” (1995) e “5” (1998), in cui sperimenta per la prima volta sonorità elettroniche.

Nel 2000 esce il primo “Greatest hits”, che raccoglie i successi della prima parte della sua carriera e e prelude a “Lenny”, il sesto album uscito nel 2001. Dopo “Baptism” (2004) e “It is time for a love revolution” (2008), Kravitz dà alle stampe un secondo “Greatest hits”, a coronamento di una carriera ormai ventennale. La scaletta del concerto romano comprende successi come “Always on the run”, “American woman”, “Mr. cab driver”, “Where are we runnin”, “Fly away”, “Are you gonna go my way”, “I belong to you”, “Let love rule”, insieme a “Stand”, “Push” e “Rock star city life” (tratte da “Black and white America”). Kravitz è accompagnato da una band compatta (Gail AnnDorsey al basso, George Laks alle tastiere, Craig Ross alla chitarra, Frank Vanderbilt alla batteria,Harold Todd al sax, Gabrial McNair al trombone, Louis Ludovic alla tromba), insieme a un’eccellente sezione fiati. Con lui ci sono anche, come special guest, il trombonista Trombone Shorty (al secolo Troy Michael Andrews) e il suo gruppo gli Orleans Avenue.

Chiara Cecchini