Duran Duran, eterni Wild boys

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Per chi da ragazzina sognava di sposare Simon LeBon, per chi balla e si scatena ancora oggi al grido di “Wild Boys”, per chi vuole fare un tuffo nel glam e nel punk britannico luccicante degli anni Ottanta, per chi era fuori a fare la fila per vederli a Sanremo o al Teatro delle Vittorie per “Fantastico”, per chi c’era in quegli anni e per chi c’è ora, stasera è la vostra sera: i Duran Duran suonano al Centrale Live al Foro Italico.

L’anno scorso i fan erano rimasti a bocca asciutta dopo la notizia del tour annullato per la grave emorragia alle corde vocali che colpi LeBon, ma stavolta il tour (iniziato il 16 all’Arena di Verona) prosegue inesorabile. Il concerto è un’occasione per ascoltare diversi brani tratti dall’ultimo album “All you need is now”, uscito nel 2010, e soprattutto la maggior parte dei singoli e delle canzoni che hanno costellato la carriera ormai trentennale della band originaria di Birmingham. Non mancheranno infatti “Planet earth”, “A view to a kill” (scritta per il Bond-movie “Bersaglio mobile”, prima canzone per un film sull’agente 007 ad arrivare in testa alla classifica Usa, con tanto di video musicale tipo “spy story” sulla cima della Tour Eiffel che si conclude con Simon LeBon che sussurra «Bon, Simon LeBon»), “Come undone”, “Ordinary world”, “(Reach up for the) sunrise”, “Wild boys”, “Girls of film” e “Rio”. Il gruppo nasce nel lontano 1978, quando il tastierista Nick Rhodes e il bassista John Taylor danno vita alla band, scegliendo il nome da un personaggio del film fantascientifico anni Sessanta “Barbarella”.

Due anni dopo si aggiungono Roger Taylor (batteria), Andy Taylor (chitarra) e il cantante Simon LeBon, uno che si presenta al provino con i pantaloni rosa leopardati e gli occhiali scuri, stregando tutti con un carisma e una verve fuori dal comune. Il primo singolo, “Planet earth” è del 1981 e in breve i Duran Duran diventano oggetto dell’isteria collettiva, come solo i Beatles prima di loro erano stati e come saranno poi i Take That tre lustri più tardi. Insieme ai coevi e contrapposti Spandau Ballet, hanno incarnato l’opulenza stilistica degli anni Ottanta e della popmusic di quel periodo. Persino la fragile Lady Diana (anche lei allora poco più che adolescente) ne fu conquistata e quando i “Fab five” le vennero presentati, durante il Prince’s Trust Concert a Londra, la più emozionata fu sicuramente lei.

Trucco pesante, capelli fonati e tenuti su con chili di lacca e gel, look da dandy decadente, i Duran Duran divennero il simbolo degli anni Ottanta, gli anni dell’edonismo sfrenato. Ma furono anche dei pionieri nell’utilizzo dei video musicali, sperimentarono con successo e intelligenze la musica elettronica, inglobarono le istanze punk-rock della scena musicale britannica, il glam alla David Bowie rivisitato nelle tetre atmosfere del periodo berlinese, l'imprescindibile disco-music dello Studio54, diventando l’icona di una generazione che usciva dall'impegno e dall’hard rock dei Settanta, a torto bollata come “superficiale”, culturalmente e musicalmente.

Chiara Cecchini