Kasabian, nessuno come loro (oggi)

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Eredi degli Oasis, Stone Roses del Duemila. Addirittura i Fab Four hanno fatto scomodare (ma quelli, si sa, li scomodano sempre perché da sempre siedono sulla poltrona più comoda). Quando si parla di Kasabian volano etichette d’ogni tipo. Volano addirittura forme d'assolutismo: del rock britannico sarebbero i nuovi – in ordine di grandezza – imperatori, monarchi, sultani e sovrani. Parole, soltanto parole. Perché Pizzorno e soci lo sono da tempo una realtà del nostro tempo, anche se la realtà in questione rimane imparagonabile a quella dei fratelli Gallagher (e figuriamoci dei Beatles).

Il successo il gruppo di Leicester l’ha scoperto sin da subito: nel 2004 l’omonimo album d’esordio fu disco di platino nel Regno Unito e vendette quasi un milione di copie nel resto del mondo. Da allora sono passati otto anni, tre album in studio, decine e decine di sold out e fiumi di inchiostro che li hanno incensati: i Kasabian, adesso, i conti devono farli su se stessi. Su una carriera lampo nata in cima e che in cima, però, ci deve restare. E non è soltanto un banale risiko di numeri, di posizioni in classifica e di calcoli di “download” su iTunes. 

Per accedere davvero nell’olimpo dei più grandi serve proficuo rinnovamento; urge costante miglioramento. “Velociraptor”, la loro ultima fatica datata 2011, uno “step forward” in questo senso lo rappresenta. E’ un disco ispirato, trasversale e sperimentale; attraversa i tempi e fonde i generi. C’è il ritmo robotico e claustrofobico del kraut rock; ci sono gli anni ’70 con la loro psichedelia; c’è il garage dei ’90 e lo stile british delle melodie accattivanti. E' un approdo insomma, da cui però bisogna presto ripartire. Come fecero gli Stones, che sono arrivati a settant’anni a riempire stadi di calcio e di football americano. Come fece anche Macca, pur senza John, o George, o Ringo, e che ovunque paralizza intere città non appena vi mette piede per suonare. E poi i vari Roger Waters, Paul Weller, David Byrne e Morrissey. 

La domanda è se fra dieci, venti, trenta, quarant’anni sarà così anche per i Kasabian. “Who cares?” direbbero dalle parti di Sua Maestà. Per ora godiamoci il momento.

Francesco Gabriele