ROCK THE NIGHT report: il metal non è morto – 21/07/2012

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I passanti per Villa Doria, quelli delle fresche passeggiate all'aperto o semplicemente quelli di “una birra? Perchè no…” fuori casa con gli amici non sapevano, nella sera che separa Sabato 21 da Domenica 22 Luglio, che di lì a poco per circa tre ore sarebbe successo di tutto, proprio a pochi metri dal centro di Albano Laziale. Tra polveroni di terra, spallate poderose, scapocciate da collo mozzato e, soprattutto, tanta buona musica regalata da quattro gruppi con le palle, la scena provinciale romana, sponda Castelli Romani, dimostra nuovamente di saper intrattenere la gioventù artistica, quella degli amplificatori a palla o le canzoni sparate a tutto volume in cuffia sull'autobus.

In un clima decisamente festaiolo sono i giovanissimi Murder Spree ad aprire le danze con un thrash metal figlio di Pantera (su tutti) e sprazzi di Metallica e Kreator: il sottopalco è stracolmo e per loro è una manna, considerata la fatica che un gruppo emergente fa a Roma e dintorni per non suonare di fronte a quattro-cinque persone, costrette pistola alla tempia o implorate per una settimana di venire ad un suo concerto. Alla chitarra Gabriele Lupi è superlativo, il frontman Andrea De Luca tiene palco e microfono alla grande e lo show fila liscio come l'olio, con pochissime sbavature, timpani quasi perforati e tanti applausi e divertimento. E' poi la volta degli Stardishwashers, leggermente più leggeri a livello di sound ma dalla “botta” live incredibile: il loro è un post grunge statunitense impastato con hard rock ed un leggero pizzico di heavy metal che entra in testa con canzoni orecchiabili ed accattivanti, rese benissimo da una performance assolutamente convincente, salvo qualche stonatura ogni tanto alla voce principale (probabile causa, suono dalla casse spia del cantante non perfettamente efficiente). Due, inoltre, le analogie con i Red Hot Chili Peppers, icone del rock a stelle e strisce: Michele Caldaro ricorda Flea per grinta, presenza scenica e tecnica al basso quattro corde, Matteo Cenciarelli (chitarrista) nei cori riporta a John Frusciante. Il risultato è a dir poco esplosivo. Da notare, poi, un tizio “distributore di alcool” direttamente sotto il palco, che rifila amari, birra e quant'altro ai protagonisti “in campo”.

E' poi la volta dei Solifuge (Alice In Chains, Metallica, Soundgarden), poco dopo le 23:00, segnati da alcuni problemi acustici e messi ko da un blackout che li ha costretti a cancellare un pezzo dalla scaletta, facendo terminare il loro show leggermente in anticipo. Nonostante ciò, la loro figura si rivela ottima e piena di grinta. Alla voce poi c'è un Mad Curtis in forma smagliante, da livello pro, e la prestazione generale si rivela molto buona, seppur non al massimo delle loro potenzialità. Un po' meno in palla è il bassista, alle prese con un'avventura nel mondo dei sintomi “post quarta-quinta birra”. Inutile dire che i più attesi erano altri (con tutto il rispetto, ovviamente, per i tre gruppi di “apertura” della rassegna), quelli che pur con qualche capello bianco sembrano aver fatto il patto con il Diavolo, quelli che vedono il loro nome stampato sulle t-shirt degli spettatori di turno, del sound alla Motorhead e Black Label Society, dalla morale che dice “se vuoi fare musica fregatene dell'età, suona e basta”. I quarantacinque minuti di live degli Helligators sono l'ennesima dimostrazione di una band grintosa, che sa divertire e stare sul palco da padrona. Michele Chessa e Daniele Tomassini trattano le chitarre come un caccia in acrobazia aerea e la sezione ritmica composta da Roberto Renzi (basso) e Marco Aurelio (batteria) è una garanzia per il frontman Emanuele Galanti, vero e proprio “Alligatore degli Inferi”. E con il tasso alcolico del pubblico che raggiunge gradualmente livelli decisamente alti, la cover di “Ace Of Spades” di Lemmy Kilmister e compagni chiude il sipario di una notte di suoni distorti, di auguri di compleanno speciali, di pugni e corna alzati al cielo. Una notte di musica e passione. Quelle vere.

 

Marco Reda

 

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