Le vibrazioni dei BEACH BOYS cinquant’anni dopo

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Ci sono canzoni, riff, voci, che evocano immediatamente un’atmosfera, un periodo, un sogno. Le estati spensierate sulle spiagge della West Coast, tra il barbecue e le tavole da surf, le estati del disimpegno, dell’ottimismo, dell’amore adolescenziale alla luce dei falò sulla spiaggia sono quelle evocate dai Beach Boys, band pop rock tra le più rappresentative della seconda stagione della surf music (lanciata dalla mitica “Misrilou” di Dick Dale) che ha attraversato quasi quarant’anni di storia della musica e che domani 26 luglio tornerà a esibirsi live sul palco del Rock in Roma all’Ippodromo delle Capanelle.

Nel 2011, Brian Wilson, Mike Love, Al Jardine, Bruce Johnston e David Marks hanno ricostituito il gruppo fondato nel 1961 (quando decisero di chiamarsi The Pendletones, in onore alla marca di magliette più amata dai surfisti californiani), in occasione del cinquantesimo anniversario del primo singolo “Surfin’ ”.

Per festeggiare la ricorrenza, il quintetto (orfano ormai di due dei tre fratelli Wilson: il batterista Dennis, morto annegato nell’oceano a causa del troppo alcool nel 1983, e Carl, stroncato dal cancro nel 1998) si è regalato una reunion, un nuovo album (il trentesimo) e un tour mondiale. I Beach Boys nascono nel salotto della casa californiana della famiglia Wilson, dove i tre ragazzi Brian, Dennis e Carl cantano e suonano insieme e dove spesso al coretto si aggiunge anche il cugino Mike Love. Veri antagonisti in terra americana dei Beatles, i Beach Boys furono capaci di distaccarsi progressivamente dalla spensieratezza illusoria dei primi esperimenti surf per portare avanti un discorso musicale più ampio (in un certo senso anche parallelo a quello dei Fab Four) cogliendo influenze melodiche diverse, lavorando sui testi (il lato intimistico e depresso dei Beach Boys fa capolino già a partire dal terzo album, “Surfer girl”, con la malinconica e contemplativa “In my room”). Erano gli spensierati anni Sessanta ma l’America aveva già perso la sua innocenza con l’assassinio di JFK e la tragedia del Vietnam era dietro l’angolo. V

era anima del gruppo, Brian Wilson ha influenzato profondamente la musica del suo tempo, grazie a un talento e un genio sperimentatore che non aveva nulla da invidiare a quello di un Lennon o di un McCartney. Nel 1965 esce l’album capolavoro di Wilson con i Beach Boys, “Pet sounds” (che nel 2004 viene scelto per essere inserito tra le cinquanta registrazioni da conservare nella Biblioteca del Congresso, la biblioteca nazionale degli Usa), la risposta a “Rubber soul” dei Beatles.

Ma, parafrasando, il più bello dei dischi è quello che non abbiamo ancora ascoltato e il perduto “SMiLE” (1967) resterà uno dei rimpianti più cocenti: il disco della svolta, quello che nelle intenzioni di Brian Wilson avrebbe dovuto essere «una sinfonia adolescenziale diretta da Dio», non vedrà mai la luce. Bruciato dalla droga dell’lsd, dalle cattive frequentazioni, da paranoia e fragilità emotive, e contrastato dal resto della band, Wilson non riuscirà a portare a termine il progetto. Anni dopo sarà riassemblato filologicamente a partire da nastri ufficiali ma il disco perduto di Brian Wilson resterà per sempre il disco fantasma della storia del rock.

Chiara Cecchini