Damien Rice, ballate d’Irlanda

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Luglio continua a suonare davvero bene all’Auditorium Parco della Musica con il ritorno a Roma, stasera, 30 luglio, di Damien Rice, il songwriter irlandese che ha conquistato le platee con le sue canzoni intime e poetiche.

Un passato da aspirante rockstar, Rice lasciò il gruppo con cui suonava agli inizi della sua carriera (gli Juniper, poi divenuti i Bell X1) alla vigilia della registrazione del primo album con un’importante casa discografica per partire per un viaggio in giro per l’Europa. Quando tornò a Dublino, nel marzo 1999, Damien Rice aveva capito quale genere di musica voleva fare veramente.

Nel 2001 esce “The Blower’s Daughter”, il primo singolo estratto dall’album d’esordio “O”: un testo volutamente scarno eppure complesso, pochi strumenti, un’atmosfera rarefatta e inquieta. Mike Nichols la sceglie per il suo film “Closer” (2004) e l’immagine di Natalie Portman che cammina tra la folla londinese, portando nei suoi occhi un segreto noto solo a lei, non avrebbe avuto la stessa importanza senza la voce sofferta di Rice. La seconda voce presente nella canzone è quella di Lisa Hannigan, presenza fissa in tutti i lavori di Rice. Il disco esce nel 2002 nel Regno Unito e in Irlanda: è un successo in salita, partito con il passaparola e poi esploso a livello mondiale. In Italia “O” arriva sugli scaffali molto più tardi, nel 2004 (due anni dopo anche Nanni Moretti – uno che di musica se ne intende – usa “The blower’s daughter” ne “Il caimano”).

Dieci tracce per un esordio personalissimo, nonostante gli evidentissimi riferimenti a Nick Drake (il cantautore inglese di “Pink Moon”, una meteora nella storia della musica, sconosciuto ai più ma immensamente amato dai pochi che hanno avuto la fortuna di ascoltare le sue canzoni). “O” rimane in classifica per ben 80 settimane in Inghilterra, vendendo oltre due milioni di copie in tutto il mondo e conquistando numerosi premi. Nel 2006 esce il secondo album, “9”. Se il primo disco era quasi un esperimento, registrato praticamente in casa, con pochissimi mezzi e immensa passione, il secondo album è sicuramente un lavoro più maturo, restando sospeso tra canzoni immediatamente riconducibili al suo stile e improvvise virate folk alla Bob Dylan.

Disamore, disperazione, disincanto, disillusione: la malinconia estrema che ispira le canzoni di Damien Rice suggerisce insieme anche un profondo senso di rinascita, un effetto quasi catartico che dopo l’ascolto lascia il posto alla serenità di chi è riuscito a tirar fuori i cattivi pensieri e ora è in pace con se stesso. Canzoni che sembrano fermare il tempo, cristallizzando la frenesia e invitando alla riflessione; canzoni, parole e melodie che sembrano fatte per essere ascoltate da soli, in un pomeriggio piovoso, guardando fuori dalla finestra, accoccolati su una poltrona all’inglese e sorseggiando tè.

Chiara Cecchini