“Nostalgia canaglia”, la recensione

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"Nostalgia Canaglia" è un lungo dialogo tra Franco Giordano, che fu segretario di Rifondazione Comunista sino alla rovinosa sconfitta del 2008 che escluse quel partito dal parlamento, e Peppino Caldarola, giornalista già deputato e direttore de l'Unità negli anni '90. Un dialogo tutto a sinistra e per la sinistra arricchito da una bella introduzione del filosofo Umberto Galimberti sull'appiattimento (annullamento) della politica schiacciata dalla tecnica e dall'immanenza del presente dove la memoria storica volutamente si vanifica.

Nel libro, edito da Dino Audino Editore, Giordano, oggi dirigente di Sel accanto a Vendola, si sforza di recuperare la memoria della sinistra del secolo scorso che oggi si è smarrita con la fine dei miti del comunismo del socialismo. Una memoria che diviene nostalgia non di un passato irrecuperabile, ma delle occasioni perse e soprattutto delle sconfitte successive alla caduta del muro di Berlino. Ed è proprio nella pochezza e nel discredito attuale della politica che questa nostalgia diviene 'canaglia', cattiva consigliera di una generazione del secolo scorso che nelle utopie si è consumata e talora distrutta anche personalmente.

Eppure lo sforzo di Giordano e Caldarola è proprio quello di superare il 900 e i suoi miti, di guardare avanti, di cogliere le forme nuovo dell'agire e del pensare associato laddove la politica può ancora essere gratuità e servizio e non solo appiattimento sul potere. Alternativa (della sinistra) e non solo alternanza di governo. Riemerge così l'attualità di questi tempi dove la politica è spettacolo spesso eterodiretto dai media, il vuoto culturale di un populismo diffuso che diviene plebeismo, volgarità, portano ad un individualismo patologico. Nel ripercorrere le memorie del 900 emergono però anche gli aspetti generosi e nobili, ad esempio, di un Partito Comunista gerarchico, scarsamente permeabile al rinnovamento dei gruppi dirigenti (come sostanzialmente lo è il Pd oggi nonostante le primarie), ma sostanzialmente "etico", ancorato a valori di pulizia ed onestà che oggi si smarriscono nel massimo risultato conseguibile: una buona amministrazione ed una decente gestione del potere. Troppo poco sembra dire Giordano, di fronte ad una crisi globale di sistema che rigenera conflitti non mediabili senza il primato della politica.

Giordano prefigura così una 'forma partito' nuova, democratica, aperta, partecipata (anche con le primarie) dove il conflitto sociale ed i punti di crisi, il disagio e le diseguaglianze abissali vengono individuate e risolte sui territori, dove il partito nuovo deve orientare le sue antenne ed i suoi radar. Un partito o partiti, soprattutto a sinistra, che non rinuncino ad un ruolo pedagogico e soprattutto culturale non per riacquistare una antica egemonia ma per aprirsi alle culture nuove, diverse e globali, giovani che sono la punta di un iceberg ancora sconosciuto. Ecco che la nostalgia, canaglia per quanto sia, riporta inevitabilmente all'utopia che è la vocazione al cambiamento, scelta di possibilità, come dice Giordano, assolutamente laica.

Si sono scritte migliaia di pagine sui temi che Gordano traccia nei suoi "dialoghi", ma a nostro avviso scivolano ignorate nelle metti di una sinistra che non ha tempo per riflettere su se stessa, non ha nostalgie appunto, ma per questo si appiattisce su un presente dominato da meccanismi accettati come forze oggettive della natura o della fisica. Senza via d'uscita. Sino al punto di confondere riformismo con liberismo, pur di ottenere una legittimazione a governare.

Giuliano Longo