Goffredo Godi, la Capitale a colori

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Una tavolozza dalle infinite tonalità di terre e di verdi per restituire i colori di Roma, dei suoi parchi, dei suoi palazzi color ocra del centro o quelli dai colori sgargianti delle sue periferie. La Capitale rivive nelle tele di Goffredo Godi in mostra da oggi fino al 26 settembre al Complesso del Vittoriano.

Nato nel 1920 a Omignano, in provincia di Salerno, Goffredo Godi divide la propria vita e la propria arte tra il sole dei paesaggi campani, come Portici, Ercolano e Napoli (dove si diploma all’Accademia di Belle Arti con Emilio Notte, uno tra i primi futuristi tra Firenze e Milano) e quello altrettanto forte e suggestivo della Città Eterna, dove risiede stabilmente dal 1971. Negli anni ha allestito diverse personali e ha esposto in importanti rassegne nazionali, come la Quadriennale di Roma.

Da giovane ha un brevissimo idillio con gli esponenti del Secondo Futurismo e a metà degli anni Settanta si lascia sedurre per poco dalla sperimentazione astratta, ma è con la pittura di paesaggi en plein air che Godi trova se stesso. «Amo dipingere la figura, ma di più il paesaggio. Fin da ragazzo realizzai paesaggi nel piccolo porto del Granatello, a Portici. Non era un luogo pittoresco ma pittorico sì», ricorda l’artista nei suoi appunti di vita.

E i paesaggi di Godi, un “Candide” della pittura (come lo definisce nel catalogo della mostra Gino Agnese, presidente della Quadriennale di Roma), abituato ad alzarsi di buon’ora al mattino per andare nei parchi o in riva al mare o ai Fori per trovare i suoi soggetti, fermando sulla tela un’ombra, una nuvola che passa, lo scintillio del mare o il bagliore del sole tra le rovine di Roma antica, sono al tempo stesso realistici e immaginifici: tramite il suo sguardo, quei luoghi si trasformano e vengono riscoperti, non più semplici “vedute” ma realtà parallela, vissuta e percepita dalla sensibilità e dal ricordo dell’artista. Che siano scorci marini o i giardini del Quirinale, laghetti seminascosti dalla vegetazione o le piazze deserte e anonime del Tiburtino, quei paesaggi rimandano un’atmosfera idilliaca, che però lascia intravedere un’inquietudine insolita, come se tutto quel sole stesse sempre sul punto di essere allontanato da un improvviso temporale estivo. “Settant’anni di pittura” è il titolo della mostra al Vittoriano e durante più di mezzo secolo di attività la pittura di Godi ha mantenuto un carattere “antico”, legato a canoni stilistici del passato, ai quali però l’artista è riuscito dare un senso del tutto personale.

Godi «riesce a innestare elementi eterogenei e sperimentali in un genere come il paesaggio, capace di essere sempre uno strumento straordinario per le mutazioni dei linguaggi e per le metamorfosi dello stile», scrive il curatore Lorenzo Canova, e la Natura che esce dalle sue tele «ci appare dunque interpretata e trasformata dalla rivelazione della sua essenza profonda, rielaborata dai codici figurativi di una tecnica che trova sempre un nuovo significato nella sua forza metaforica, nella possibilità di scoprire nuovi nessi della visione e degli stati d’animo che attraversano e influenzano il panorama, spesso trascurato o disatteso, della nostra quotidianità».

Chiara Cecchini