Il De Sica della Fotografia

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Da oggi fino al 20 gennaio 2013, il Museo di Roma in Trastevere ospita la mostra "Mario Giacomelli. Fotografie dall’archivio di Luigi Crocenzi", a cura di Walter Liva.

L’esposizione è composta da 90 immagini realizzate dal fotografo marchigiano da metà anni Cinquanta fino alla fine degli anni Settanta e da 13 fra lettere e documenti che testimoniano i rapporti tra Giacomelli e Crocenzi, personalità di spicco della fotografia italiana del secondo dopoguerra, collaboratore di Elio Vittorini per “Il Politecnico” per cui realizzò le fotografie della prima edizione illustrata di “Conversazione in Sicilia” (nel 1995 il Craf – Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia ha acquisito l’archivio Crocenzi da cui provengono i materiali in mostra a Roma).

Nato nel 1925 a Senigallia, orfano di padre a soli nove anni, Giacomelli iniziò presto rifugiarsi nella pittura e nella poesia per poi iniziare a lavorare, appena tredicenne, presso la Tipografia Marghigiana, affascinato dalle possibilità offerte dalla stampa di comporre insieme parole e immagini. Di giorno lavora in tipografia (e in seguito ne diverrà il proprietario) e la sera si dedica alla fotografia, iniziando a vagabondare per i dintorni di Senigallia. Nel 1953 Giacomelli compra una Comet Bencini e inizia ufficialmente la sua pratica di fotografo, che culminerà nel 1963, quando John Szarkowsky, il curatore del MoMA di New York, acquisisce la serie “Scanno” (realizzata tra il ’57 e il ’59 fotografando il piccolo comune dell’aquilano – «un paese (…) dove le macchine non possono andare perché le strade sono strette e ci sono gli scalini. Ci sono le mucche in mezzo alla piazza » – e inserisce una sua fotografia nel catalogo “Looking at Photographs”.

Giacomelli, scomparso nel 2004, sintetizzò così il proprio lavoro: «L’immagine è spirito, materia, tempo, spazio, occasione per lo sguardo. Tracce che sono prove di noi stessi e il segno di una cultura che vive incessantemente i ritmi che reggono la memoria, la storia, le norme del sapere». Poesia, ricordi, inconscio ed emozioni filtrano il realismo delle immagini di Giacomelli, dalle prime fotografie degli anni Cinquanta ai paesaggi (un topos ricorrente nella poetica del fotografo marchigiano), dalla rappresentazione del mondo rurale del Meridione preboom agli scatti dedicati agli anziani nella serie “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” e ai malati di “Lourdes” («mentre nell’ospizio vogliono a tutti i costi morire, qui vogliono a tutti i costi vivere »). Fino ad arrivare alla serie dei pretini “Io non ho mani che mi accarezzano il volto” e al “Mattatoio” («serie iniziata e finita in pochi minuti per il grido spaventato, pauroso dei poveri animali che mi hanno straziato l'anima e mi hanno portato a scappare da quel posto maledetto»).

Dalla collaborazione con Crocenzi nascono le raccolte, delicate e struggenti, di “Un uomo una donna un amore” e “A Silvia”. Le immagini – che siano dedicate alla rappresentazione del paesaggio o alla figura umana – diventano così dei “racconti”, storie vere di un’umanità struggente e malinconica, vicine alla forza neorealista di un De Sica o all’onirismo di Fellini.

Chiara Cecchini