Il bianco e il nero dell’Aquila (FOTO)

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La ferita causata dal terremoto non si è ancora rimarginata e forse non si rimarginerà mai, ma il ricordo degli splendori dell’Aquila è ancora vivo. Dal 26 settembre all’11 novembre il Museo di Roma in Trastevere ospita la mostra fotografica “L’Aquila prima e dopo. Fotografie di Gianni Berengo Gardin”, che inaugura il ciclo di esposizioni in programma per l’ottava edizione del festival FotoLeggendo, organizzato e prodotto da Officine Fotografiche.

Per circa un mese, autori emergenti e fotografi pluripremiati sia italiani sia internazionali si danno appuntamento nei diversi spazi della Capitale per mostre, proiezioni, incontri, letture portfolio e premi per vivere la fotografia come esperienza globale. La mostra rappresenta una toccante testimonianza di un grande maestro della fotografia come Gianni Berengo Gardin, a tre anni dalla tragedia che il 6 aprile 2009 colpì l’Abruzzo e l’intero Paese. Vincitore nel 1963 del Wolrd Press Photo e nel 1995 del Leica Oskar Barnack Award, il fotografo ligure si è dedicato principalmente nel corso della sua carriera alla fotografia di reportage, all’indagine sociale, alla documentazione di architettura (dal 1979 collabora con Renzo Piano per il quale documenta le fasi di realizzazione dei progetti archittetonici) e alla descrizione ambientale. Rimangono nella storia, insieme alle sue collaborazioni con testate come “Domus”, “Epoca”, “Le Figaro”, “L’Espresso”, “Time”, “Stern”, i suoi reportage dedicati al mondo del lavoro, al Sessantotto, ai manicomi, insieme ai ritratti di personalità della cultura.

Il primo incontro tra Gianni Berengo Gardin e L’Aquila risale a sedici anni fa, quando il fotografo immortalò il calore e la dignità della sua gente e la straordinaria architettura del capoluogo abruzzese. Un lavoro costante sul posto e nel tempo. Berengo Gardin è tornato a L’Aquila per testimoniare con la sua macchina fotografica la rovina causata dal terremoto. La città è ora un luogo fantasma, il centro storico vuoto e trafitto da impalcature, travi e teli. Le sue strade ora sono deserte, i suoi portici eleganti sono distrutti. L’Aquila un tempo era un luogo brulicante di vita, suoni, famiglie, giovani. Ora è un cantiere a cielo aperto, fermo e incompleto, e i suoi abitanti ora vivono esiliati dalla propria vita, in un tessuto urbano che non li rappresenta più.

Le fotografie di Berengo Gardin documentato quindi la situazione attuale, l’immobilità di una ricostruzione tante volte annunciata ma mai iniziata. Tutto ciò è in stridente contrasto tra con l’immagine dell’Aquila che esce dalle prime foto, in un confronto diretto duro e inevitabile tra il prima e il dopo. «La cosa più impressionante – racconta Berengo Gardin – è il silenzio che c’è per le strade. Non passa nessuno; non c’è nessuno. Non ci sono i bambini che giocano, le donne che fanno la spesa, la gente che va in ufficio. C’erano solo quattro cani abbandonati che giravano. E io, che sono abbastanza vecchio, ricordo a Roma com’era San Lorenzo dopo il bombardamento degli americani. Avevo 14 anni ed era la stessa cosa. I cani randagi che giravano abbandonati per la città, le case puntellate e questo silenzio di morte».

Chiara Cecchini