Pro Patria, la giustizia vista cogli occhi di un carcerato

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Ascanio Celestini inaugura la stagione del Teatro Vittoria con “Pro Patria”, il primo dei tre spettacoli consecutivi (a seguire, “La fila Indiana” e “Fabbrica”) in cartellone sul palco della sala di piazza Santa Maria Liberatrice.

In scena da oggi al 14 ottobre, il monologo “nazionalista” dell’istrionico artista romano (attore, scrittore e musicista) attinge alla storia risorgimentale per trattare uno dei temi più discussi della nostra epoca: quello delle carceri, che dovrebbero tendere alla rieducazione dell’individuo e al suo reinserimento ma che spesso falliscono.

In una cella di due metri per due si agita un detenuto condannato all’ergastolo. I suoi giorni scorrono lentamente uno uguale all’altro e la lettura è l’unico passatempo possibile. Il protagonista arriva così a leggere vecchi tomi polverosi – gli unici ammessi dietro le sbarre – come “Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-1849” di Carlo Pisacane, gli scritti di Mazzini, le lettere di Ciro Menotti o quelle dei fratelli Bandiera, le memorie politiche di Felice Orsini.

L’ergastolano inizia così a formarsi una propria coscienza politica e sociale, a capire che «quel Risorgimento di cui ha tanto sentito parlare – spiega Celestini nelle note – è stata una storia di lotta armata e galera, che i combattenti erano ragazzi tra i 18 e i 25 anni finiti in cella, al campo santo o, con il tempo, al governo».

In un dialogo surreale con un Mazzini immaginario – che è muto e sconfitto ma non domo – il carcerato si interroga sul senso e sui limiti della giustizia ripercorrendo episodi cruciali della storia italiana sin dai tempi del Risorgimento, passando per le resistenze al nazi-fascismo e le tensioni sociali degli anni Settanta.

«I morti e gli ergastolani hanno una cosa in comune: non temono i processi. I morti perché non possono finire in galera. Gli ergastolani perché dalla galera non escono più», dice Celestini. Che ha deciso di raccontare la vicenda del detenuto che diventa un terrorista in carcere (a furia di dialogare con Mazzini e di riflettere sull’esperienza che la meglio gioventù liberale italiana fece durante la Repubblica Romana) per toccare la coscienza più intima di ogni cittadino italiano. «Lo spettatore dovrebbe sentire che il personaggio non parla certo di sé, bensì di tutti noi».

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