In fila con Celestini

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Storie di coerente follia, di quotidiana perdizione quelle raccontate da Ascanio Celestini nel suo ultimo “La fila Indiana”, in scena al Teatro Vittoria da oggi al 21 ottobre.

Racconti di vita nati «in fretta, dopo l’incendio di un campo nomadi, dopo il naufragio di una barca di emigranti in fuga o dopo la dichiarazione folle e calcolata di qualche politico» e legati dal filo rosso del razzismo, divenuto ormai categoria dell’anima e paradossale amalgama sociale. Un uomo, un uomo qualsiasi, cammina in fila indiana. E di questa fila è il numero 23.724. Ecco in realtà non sa di esserlo con certezza. Però lo ha dedotto. E lo ha dedotto dal fatto che quello che cammina davanti a lui gli ha detto di essere il 23.723. Perciò, “se la matematica non è un’opinione – pensa – io non posso che essere proprio il 23.724”.

In questa fila indiana non vede nessuno. Vede la nuca di chi gli sta davanti, è vero. E poi il collo, le spalle e la schiena. Il culo, le gambe e le scarpe. Ma non sa quante altre parti del corpo uguali potrebbero esserci. Non sa quanti corpi interi ci sono effettivamente nella fila. Di cui lui è il 23.724. Con la consueta abilità narrativa che lo contraddistingue, l’attore romano affronta in punta di fioretto quella che è una vera e propria “alienazione consolatoria”, come lui stesso la definisce.

Una sorta di inesorabile status psicofisico in cui gli uomini hanno cessato di essere uomini. In cui hanno perso coscienza. La consolazione, magra sia chiaro, sta nel fatto che in un tale azzeramento umano diventa impossibile perfino fare un passo falso dalla fila, chè è una e una soltanto così come l’idea, o il pensiero. O la mamma, e la patria. L’individuo si fa “pezzo” di un ingranaggio senza più il peso della responsabilità, ma pure senza identità. Non sbaglierà più perché qualcuno avrà deciso per lui. Perché quel qualcuno sbaglierà addirittura per lui. Lasciandolo, di contro, svuotato e ormai vuoto. Privato e quindi privo. Uno unico e solo nel suo essere tutti…

Francesco Gabriele