Herbie Hancock, il jazz in nome dell’emozione

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Il vecchietto ci sa fare! Alla veneranda età di 72 anni suonati, Herbie Hancock, il pianista di Chicago che ha fatto la storia del jazz e delle nuove contaminazioni, ha ancora energia da vendere e si imbarca in un tour che dopo le date italiane (stasera è di scena all’Auditorium Parco della Musica ospite del Roma Jazz Festival) lo porterà nelle maggiori sale da concerto di mezza Europa.

L’impresa è ardua: un palco, un pianoforte, strumenti elettronici (tastiere, laptop); solo questo a disposizione di un magnifico musicista che, come tutti i più grandi, riuscirà a far vibrare l’anima dei presenti dialogando con se stesso, spogliandosi di tutto e cercando poetiche fusioni di suono in suono. Nulla di più semplice per uno che in mezzo secolo di carriera ha collaborato con l’olimpo del jazz e della musica contemporanea (gente come Miles Davis, Pastorius, Stevie Wonder, Bill Laswell, Ron Carter, Quincy Jones), che ha dato alla luce celebri capolavori come Cantaloupe Island, Maiden Voyage, Watermelon Man, oggi ritenuti standard del genere, e che ha attraversato panorami sonori vastissimi cercandone la radice comune, provando a incrociare bebop, rock, funk, latin, rap, musica elettronica e raffinato pop d’autore, sempre in nome dell’emozione e senza intellettualismi.

La lunga, tortuosa strada presa dall’esploratore Herbie, costellata fra l’altro di Grammy vinti: sono 12 fino a oggi, il 22 ottobre lo porterà dunque alla Sala Sinopoli, dove darà prova del sinfonismo e della vitalità del suo stile pianistico, eseguendo i suoi classici, magari contaminandoli con l’elettronica, tinteggiandoli di colori sempre nuovi. E liberando la forza innovativa che nel tempo l’ha trasformato in un vero e proprio Chameleon.

Lorenzo Gabriele