Non è un paese per donne

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La fotografia arriva a teatro e racconta il mondo attraverso gli occhi delle donne. Il 22 ottobre si inaugura “Shades of Women” al Teatro Due con ingresso libero (si replica il 5 e il 19 novembre, il 3 e il 17 dicembre).

La seconda edizione di questo festival – ideata dalla fotografa romana Ilaria Prili – si prospetta speciale, aperta com’è alle immagini delle pluripremiate fotografe internazionali Sarah Elliott, Simona Ghizzoni, Bénédicte Kurzen, Ilvy Njiokiktjien, Laerke Posselt, Alisa Resnik Lana Slezic.

Cinque lunedì di proiezioni e musica, accompagnate da letture di testi, toccano temi diversi, le violenze e i soprusi, i diritti negati e le lotte per i diritti auspicati. Ma c’è anche spazio per la famiglia e l’amore, la bellezza e la speranza. La fotografia diventa un racconto della realtà, «fotografia non soltanto come fatto estetico- cronachistico, ma anche, e forse soprattutto, come arte capace di indagare la psicologia dell’uomo nel suo vivere qui ed ora, nella prospettiva affascinante dei valori e dei problemi dell’essere», spiega la Prili, curatrice della mostra.

Le fotografe coinvolte dal progetto hanno ottenuto prestigiosi riconoscimenti partecipando al WorldPress Photo, il più importante premio dedicato al fotogiornalismo internazionale, al Pictures of the Year International, al Prix de la Photographie Paris, al New York Photo Awards, e a molti altri. I luoghi del mondo coinvolti dalle immagini sono quelli in cui si sta scrivendo la storia contemporanea, come le terre della Primavera Araba (Nadia Shira Cohen) o la Georgia (Rena Effendi). Ma lo scopo del fotogiornalismo è spesso quello di narrare storie nascoste, lontane dai riflettori.

Così Simona Ghizzoni racconta la tragedia silenziosa e dimenticata del Sahara Occidentale attraverso le testimonianze delle prigioniere sopravvissute, mentre Sofie Amalie klougart racconta della base militare danese dove si addestrano i soldati destinati all’Afghanistan, cui fa da controcanto il lavoro di Lana Slezic dedicato proprio alle donne che vivono nelle terre afghane. Particolarmente azzeccata la dimensione tridimensionale del percorso, calibrato attraverso linguaggi diversi che si integrano e costruiscono una armonia di significati tra musica, immagini e letture.

Daniele Stefanoni