Risate sui palchi della capitale

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C’è grossa crisi, diceva Corrado Guzzanti, e nei teatri della Capitale la crisi si combatte a colpi di risate. Dal centro storico al Flaminio fino al quartiere Africano serpeggia un’irresistibile voglia di ridere e far ridere.

Al Teatro Sala Umberto, da stasera fino al 4 novembre, sono di scena gli Oblivion con “Oblivion Show 2.0: Il Sussidiario”, versione “aggiornata” del loro show con la regia di Gioele Dix. Scoperti dal grande pubblico grazie a Internet e Youtube (dove la loro parodia de “I promessi sposi” condensata in dieci minuti ha conquistato nel giro di un biennio quasi due milioni di contatti), il quintetto di attori (ma bisognerebbe definirli anche cantanti, cabarettisti, comici e chi più ne ha più ne metta) ha raccolto nel suo sussidiario il meglio del meglio di ogni materia d’insegnamento, dal solfeggio alla storia alla letteratura, portando avanti ancora una volta un teatro fatto di contaminazioni, precisione scenica, talento istrionico e sincera voglia di divertirsi e divertire. Diretti discendenti del Quartetto Cetra, gli Oblivion giocano con la musica e con le parole, mescolando insieme Lady Gaga e Bach, Tiziano Ferro e Shakespeare, in una giravolta surreale e pirotecnica di canzoni, riferimenti al cinema e alla quotidianità, cabaret e café chantant.

Si ride anche al Teatro Olimpico, dove Antonio Giuliani – uno dei nuovi campioni della comicità romana e nazionale – porta in scena il suo ultimo spettacolo “Chi non muore… si rivede”, in cartellone da oggi fino al 4 novembre. Dopo dieci anni dedicati al teatro di prosa e alla commedia brillante, Giuliani torna alle origini (da qui il senso del titolo dello spettacolo) con un monologo nel quale propone al pubblico le sue taglienti osservazioni sulle differenze, spesso inconciliabili, tra l’Italia e il resto dell’Europa, dal quale emergono vizi e virtù del popolo dello stivale.

E se non bastassero gli Oblivion, se non bastasse Giuliani, a Roma in questi giorni c’è pure Alessandro Di Carlo, al Teatro Greco fino al 18 novembre con “23 (come faccio a fatte ride?)”. Il 23 citato nel titolo funge da rimando all’attività comica di Di Carlo, iniziata anni addietro in un piccolo locale testaccino, ma ha anche un significato più ampio che non potrà sfuggire ai romani, anche a quelli che non sono appassionati di giochi e smorfie del lotto. Nella tradizione capitolina è infatti un numero fortunato, collegato con una ben nota parte anatomica… Visti i tempi e visto l’approssimarsi della fine del mondo teorizzata dai Maya, il one man show di Di Carlo può essere un’ottima valvola di sfogo contro precarietà e problemi del quotidiano.

Chiara Cecchini