L’impero culturale di Akbar

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L’India che conosciamo “noi” dell’Occidente, fatta di imperatori Moghul, raja e maharaja, meta di esploratori, mercanti e conquistatori che giungevano da tutto il mondo è al centro della grande mostra in scena a Palazzo Sciarra fino al 3 febbraio.

Oltre centotrenta opere – fra acquarelli, dipinti, illustrazioni di libri, rarissimi frammenti di tessuti, tappeti, oggetti e armi tempestate di pietre preziose – raccontano, in particolare, lʼepoca di “Akbar, il grande imperatore dell’India”, uno dei sovrani migliori della storia, il terzo dei Moghul, dinastia che durò fino allʼannessione del subcontinente alla corona britannica nel 1858.

Vissuto tra il 1542 e il 1605, Akbar fu sommo esempio di come la cultura possa fungere da volano per la comprensione reciproca tra civiltà e religioni diverse, lui che per primo allargò lo sguardo allʼOriente e alle sue civiltà millenarie, lui che nacque musulmano, che crebbe cacciando e combattendo fra i soldati in Afghanistan, che rimase quindi analfabeta per tutta la vita, e che pure, però, cominciò a comandare a soli tredici anni, ripudiando ogni forma di estremismo religioso, aprendo all’Oriente estremo e alle sue civiltà millenarie, mirando allʼintegrazione delle varie etnie e delle religioni autoctone con lʼIslam, chiamando a corte esponenti di ogni credo e, nient’affatto per ultimo, riuscendo a maturare un forte gusto per lʼarte, la musica, la letteratura e lʼarchitettura nonostante il grosso deficit culturale del non saper nè leggere nè scrivere.

Lʼimperatore Akbar non cambiò solo l’India, ma riuscì ad affermare nel mondo un progresso intellettuale che coinvolgeva al contempo la sfera spirituale e quella secolare degli individui del suo Paese. Di rimando, dunque, il percorso espositivo, non intende illustrare solo la sua storia, ma invita a una profonda riflessione sui concetti di tolleranza, apertura, comprensione del diverso da sé.

La mostra è divisa in cinque sezioni, allo scopo di interpretare al meglio il favoloso splendore della corte Moghul e di introdurre il visitatore allʼinternazionalismo di Akbar e al suo influsso sullʼEuropa del Sei, Sette e Ottocento. In “Vita a Corte, governo e politica”, tempere e acquarelli ritraggono le vesti dai colori sgargianti, la ritualità degli usi e dei costumi e le architetture dorate del nuovo regno; “Città, urbanistica e ambiente” , testimonia con raffigurazioni dell’epoca la costruzione delle città e lo sviluppo dellʼarchitettura e dellʼurbanistica; alla voce “Arti e artigianato” sono esposti alcuni manufatti, sia per uso locale sia per lʼesportazione in Occidente, come antichi tappeti e coperte nuziali, portagioielli e cassettoni finemente intarsiati dʼavorio, ottone e madreperla; “Guerra, battaglia e caccia” narra grazie a opere come “Babur a caccia di rinoceronti vicino a Bigram (Peshawar) il 10 dicembre 1526” e “Lʼavventura di Akbar con lʼelefante HawaʼI” scene, mitiche e storiche, di combattimento e di lotta, e mostra la pratica delle grandi spedizioni di caccia fatte con i mastodontici elefanti; “Religione e mito”, infine, è il racconto del rapporto fra i differenti culti e del sentimento di tolleranza diffuso da Akbar attraverso illustrazioni mitologiche, sacre e letterarie.

Fra. Ga.