UKU Band, ukulele e passione

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Di cover band ne esistono tante in tutto il mondo, di tutte le età e dei più disparati artisti. Si tratta di studiare nei minimi dettagli un gruppo, impararne le canzoni e riprodurle nel modo più fedele possibile al pubblico, vastissimo. Già, perchè in Italia una cover band nei live club avrà sempre e comunque più seguito di un gruppo emergente, anche il più talentuoso e accattivante al momento in circolazione. Da qui potrebbe partire il discorso della monotonia, della scusa di rifugiarsi in un “gruppo imitazione” per frustrazione o fare soldi più facili senza inventarsi nulla. Quando poi si presentano due tizi, Daniele Dencs e Fabio Fedra Palmieri, che riproducono canzoni dei più famosi artisti internazionali utilizzando uno degli strumenti più sottovalutati e sconosciuti (in Italia) esistenti, l'ukulele, è impossibile non farsi venire un po' di curiosità. Per i meno informati, l'ukulele è una chitarra più piccola, che genera suoni molto acuti dopo averne pizzicato le corde, proprio come accade in una chitarra normale. A questo duo capitolino chiamato UKU Band (a cui si sono aggiunti di recente i chitarristi Maurizio Filardo, che collabora con Daniele Silvestri, e Fabrizio Sartini) bastano due microfoni per voce, una chitarra ukulele, un basso ukulele e una batteria speciale suonata solo con i piedi per dar vita al proprio originalissimo progetto, che per molti non avrà il fascino di un concerto elettrico ma non per questo merita meno attenzione. George Harrison dei Beatles diceva che “tutti dovrebbero avere e suonare un ukulele, uno strumento facile da portare con sé e che non si può suonare senza ridere”: magari il chitarrista di uno dei gruppi più importanti della storia della musica pretendeva troppo, in ottica futura e in un periodo, questo, nel quale tutto ciò che non è comune, facile e pronto per l'uso viene scartato a priori. Dalla UKU Band non si pretende certo che cambi il modo di ragionare della gente, di approcciarsi ad una musica diversa. Certo, dovesse riuscirci prenderebbe il Premio Nobel.

Marco Reda

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