Ragionier Paolo Villaggio

0
16

Lo abbiamo amato prima come professor Kranz, poi è stata la volta di Giandomenico Fracchia, ma il suo capolavoro è il ragionier Ugo Fantozzi. Simbolo delle sfortune dell’italiano medio, perseguitato dal capoufficio “gran lup man”, oberato dal lavoro che i colleghi gli rifilano, eternamente innamorato della vicina di scrivania (quasi) sexy Anna Mazzamauro, Paolo Villaggio ha saputo coniare una formula tutta sua, quel mix di comicità malinconica, agrodolce e pungente. A ottant’anni suonati, il comico ligure è in piena forma e torna a teatro con uno spettacolo che ha anche scritto e diretto. Tutto comincia da una mappatura delle sue frasi più celebri in due decenni di pellicole geniali del ragioniere più sfortunato d’Italia.

Così, “La Corazzata Potemkin è una cagata pazzesca” è un one man show in scena al Teatro dei Satiri (via di Grottapinta, 18 a Roma) dal 14 al 25 novembre che ha più a che fare con la persona di Paolo Villaggio che con i personaggi fortunatissimi che ha creato per il cinema. Certo, Villaggio ha sempre lasciato la grande ambiguità, quanto siano diversi Fracchia e Fantozzi da se stesso e dall’italiano medio è tutto da scoprire. Ma questo spettacolo è una sorta di panoramica biografica su un grande attore italiano. Su uno sfondo bianco, sono proiettate immagini, ricordi, tratti di un passato che ha contato molto per lui. L’infanzia, le prime ragazze e la fatica di vincere la timidezza cronica, poi la guerra e finalmente il successo nel dopoguerra.

A ben vedere questo spettacolo risulta un passaggio necessario per capire tanta dell’arte comica che ha creato. I personaggi del suo cinema risultano sempre più chiaramente proiezioni delle fragilità e delle piccole meschinità dell’animo di tutti noi, quelle impasse in cui le grandi idealità naufragano a colpi di piccolezze d’animo. Ma lo slancio affettivo può riprendere quota se si impara a ridere di noi stessi e dei nostri piccoli grandi vizi. Questa pare proprio essere la chiave di lettura che Villaggio ha applicato alla propria esistenza, questo è il messaggio profondo che lo sventurato ragioniere romano ci affida alla fine di ogni capitolo della sua saga cinematografica. Fra lettere, foto e interviste, ci sono poi i grandi amici di una vita, come Fellini, Gassman, Tognazzi, De Andrè, Ferreri, Volontè, Olmi.

Ma non temete, non c’è nessun rischio amarcord di sdolcinati accenti. E’ lontano dalle corde del Villaggio nazionale. E forse proprio per questo, lo spettacolo del vegliardo della risata si trasforma in un testamento, in una eredità lasciata al suo pubblico affinché non si scordi mai di ridere di ogni cosa (sempre dopo averla svelata nei suoi tratti più infidi e antipoetici).

Daniele Stefanoni