Amleto è punk con Filippo Timi

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L’Amleto come non lo avete mai visto. E’ questa l’ambizione di Filippo Timi, regista e interprete di “Amleto 2”, dove “2” sta per “al quadrato”, in scena da stasera al 25 novembre all’Ambra Jovinelli.

L’attore – prodotto dallo stabile Milanese Franco Parenti da ormai tre stagioni – reinterpreta il capolavoro di Shakespeare in chiave tragicomica, giocando sull’ironia sin dal sottotitolo (“Il popolo non ha il pane? Diamogli le brioches”) e trasformando il nero pessimismo del triste principe di Danimarca in una coloratissima pazzia che si sfoga col potere tanto quanto con le frivolezze.

Quello del 38enne perugino è un Amleto spiazzante, eclatante, furibondo; in una parola, punk. Addirittura chiama la madre “una puttana” e lo zio “un maiale”. «Di fronte alla tragedia – dice Timi – hai due possibilità: soccombere o esplodere nel massimo della vitalità». Filippo ha scelto drasticamente la seconda via di salvezza (l’unica?) per il suo protagonista, che racconta la follia (anche quella altrui) sprigionandosi dal proprio io e ridendo del Palazzo, degli intrighi, della morte e pure di un’Ofelia rimasta incastrata, rispetto a lui, in un ruolo e in una parte che non riesce smettere di recitare. La tragedia del Bardo si trasforma così in una commedia noir, le lacrime lasciano il posto a sguaiatezze ed esasperazioni d’ogni genere. Perchè, e questa è una convinzione, è impossibile «scappare da se stessi o dal proprio destino», e allora tanto vale scherzarci su, nervosamente, nevroticamente, incautamente. “Qualunquemente”.

«Di fronte alla realtà – spiega ancora l’artista umbro – di fronte a certi irrimediabili eventi (la morte, la perdita di un amore…), il cuore e il cervello impazziscono, hanno bisogno di trovare fughe e nuove logiche per non soffrire così tanto». E il ridere sembra la risposta migliore della coscienza alla tragedia. “Guardati”, disse un giorno Amleto ad Ofelia, “guardati in me… come fai a non ridere di te?”. Timi prende l’Amleto di Shakespeare come scusa per raccontare l’inquietudine e il vivere dell’uomo, di quello ricco e di quello povero, del vincente e del perdente. Di chiunque, insomma, sia incapace di ribellarsi al volere della storia, condannato inconsciamente a descrivere ogni attimo della sua agonia anzichè pensare a reagire.

Fra. Ga.

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