Neda, Hanifa, Ros, donne di plastica

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La storia di Neda Salehi Agha Soltan, la studentessa iraniana uccisa a Teheran durante le proteste divampate dopo le elezioni presidenziali del 2009 e barbaramente represse dal regime.

Quella di Hanifa, una delle tante ragazze afghane che per sfuggire alla schiavitù dei matrimoni combinati, all’orrore di un marito vecchio e brutto, si cospargono di benzina e si danno fuoco, morendo nella gran parte dei casi o restando ustionate a vita. È la loro dannata strada per la libertà.

Poi, dal Kenya, c’è Rose, come le rose che lei va a tagliare, nelle serre sul lago Neivasha. Costretta per pochi dollari a respirare polveri tossiche e concimi killer, dieci ore al giorno sotto i teloni a più di quaranta gradi, per poi vedere i “suoi” fiori comprati e scambiati in Occidente come simbolo d’amore.

Sono loro le protagoniste di “Una città di plastica”, in scena da stasera al 25 novembre in occasione della Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne.

Interpretato da Claudia Campagnola, lo spettacolo di Silvia Resta e Francesco Zarzana (con la regia di Norma Martelli) racconta senza metafore il dolore realmente vissuto di chi ancora oggi, in quanto donna, non solo non può scegliere della propria vita ma anzi viene costretta a subire la completa mancanza di libertà, fino a essere ridotta allo stato di schiavitù.

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