Ciclismo, l’orgoglio dello sport più faticoso

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Era il 1989 quando mi innamorai del ciclismo. Quell'anno il Giro d’Italia lo vinse Laurat Fignon. Io, che avevo appena sette anni, oltre che del ciclismo mi innamorai anche di quel campione francese con gli occhialetti da vista rotondi da intellettuale e il codino biondo che usciva dal casco.

Un mese dopo ero in sella alla mia bici da corsa, pronta per la prima gara nel velo club Esperia Pisco, la mia squadra. Non ho vinto molto, si correva tutti insieme e i maschi erano più forti. Ma quella passione non se ne è più andata.

Venerdì scorso a Fossano in provincia di Cuneo, per il premio “Quadrifoglio d’oro” al teatro I Portici, mediavo un incontro tra ciclisti di ieri e di oggi: da un lato del palco Alberto Contador un giovane campione classe 1982, vincitore di due Tour de France, un Giro d’Italia e due Vuelte; dall’altro i campioni che rientrano nell’albo delle grandi imprese, quelli che hanno fatto la storia di questo sport da Bitossi a Moser, da Bugno a Chiappucci. Atleti che racchiudono trent’anni di ciclismo in cui è successo di tutto. Dalle grandi imprese sportive al doping.

Ora la speranza di un ritorno ai fasti di un tempo arriva dalle parole e dai fatti di ciclisti come il madrileno Contador, un ragazzo che ama l’Italia sin dalla sua vittoria al Giro del 2008, e che nel 2010 è stato trovato positivo a una sostanza. Dopo sei mesi di squalifica (molto contestata) è di nuovo ripartito, e ha vinto di nuovo, questa volta alla Vuelta spagnola. «Ma la mia vittoria più bella è stata contro l’aneurisma cerebrale nel 2004».

Alberto è minuto e magrolino: ha dimostrato fair play e nobiltà d’animo quando a Macugnaga al Giro del 2011 raggiunge all’ultimo km Paolo Tiralongo, ex compagno di squadra- gregario, lo aiuta e gli lascia la vittoria. Un omaggio a uno sport i cui eroi, quando sono in cima a una salita, hanno negli occhi tutto il dolore, la passione, la memoria e la dignità e la fierezza di fare lo sport più faticoso al mondo.

Elisa Isoardi