My Speaking Shoes, non sentirete parlare solo le loro scarpe…

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Scrivendo ironicamente sul loro profilo Bandcamp che “amano colpire le scimmie” non si sono di certo accattivati la simpatia di animalisti e moralisti. Poco importa. In questo caso è la musica che conta. E non gli mancano di certo altre più valide caratteristiche per colpire il pubblico. Tra il loro sound articolato, frutto di un mix di diversi generi, e la presenza scenica soprattutto di un membro in particolare i My Speaking Shoes rappresentano uno dei gruppi emergenti più interessanti d’Italia: provenienti da Sassuolo, in provincia di Modena, da quell’Emilia Romagna da sempre distributrice di promesse in musica, Camilla Andreani, Matteo Mussini, Luca Fiandri e Alessandro Davoli sono una scarica di energia grunge-stoner rock, che comprende anche sonorità pulite di chitarra che rimandano al brit-pop inglese e sezioni ritmiche non regolari, tipiche di band progressive come Dream Theater e Tool. Il progetto My Speaking Shoes esiste dal 2007 ma non ha mai avuto dei traguardi stabiliti da raggiungere, come spiegano i suoi membri: “siamo partiti senza idee precise ma con la voglia di metterci del nostro. Con il tempo la nostra identità si è definita e il sound ha acquisito una forma più netta”. “Ascoltiamo di tutto ma non facciamo riferimento a niente” è la risposta a chi li paragona a Mars Volta, Nirvana, Motorpsycho e Queens Of The Stone Age. Comparazioni a parte, i My Speaking Shoes hanno già una loro storia da raccontare, fatta di più di cento concerti dal vivo, apparizioni radio-tv, su tutte quella sul 2nd stage all’Heineken Jammin’ Festival nel 2010 (“caldo pazzesco ma palco incredibile”, ricordano) e la pubblicazione a Febbraio 2012 dell’album d’esordio “Holy Stuff”, autoprodotto, scaricabile al prezzo che si desidera dalla loro pagina Bandcamp e del quale singolo “Bubble” uscirà a breve il videoclip. Di potenziale ne hanno parecchio e si fanno ammirare volentieri mentre suonano. Avere una cantante dai capelli rossissimi e la voce iper graffiata nelle parti alte, che zompetta di qua e di là sul palco ricordando una certa Hayley Williams dei Paramore, è un importante punto a favore. Continuando su questa strada si sentirà di sicuro parlare di loro, che però non sembrano pensare troppo al futuro: “ci piace ascoltare e fare musica godendo di questa passione, non abbiamo mai avuto grandi ambizioni. Però registreremo un altro disco: il primo ci ha regalato tante soddisfazioni e abbiamo tanti buoni pezzi a metà”. L’anima umile di chi può farcela risiede in loro. E nelle loro scarpe parlanti.

Marco Reda

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