Se i “panni sporchi” si lavano in tv

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Un ragazzo di vent’anni protesta in piazza e viene fermato. Il padre chiede che resti in carcere perché impari che quella della violenza non è la strada giusta. Si tratta di una vicenda che ha riempito le pagine dei giornali, i salotti dei talk show televisivi e ha fatto discutere l’Italia intera. Il tema è quello, secolare, del rapporto padre-figlio.

Non c’è scrittore, da Hemingway a Kafka, che non abbia trattato e sviscerato ogni aspetto dello scontro generazionale. Nel caso specifico non sapremo mai cosa c’è davvero dietro uno scontro di tale portata e nemmeno ci interessa. Sono dell’opinione che i fatti personali debbano rimanere tali, ma la domanda che si pone è un’altra: è cambiato qualcosa nella nostra società che ha trasformato un normale passaggio (obbligato) della vita di ognuno in un evento mediatico di questa portata?

La saggezza popolare ci suggerirebbe che “i panni sporchi si lavano in casa”. E il problema forse è che la “casa”, intesa come sinonimo di famiglia tradizionale, sembra essere quasi del tutto sparita. Manca la “casa” come luogo di incontro, o di scontro, anche questo necessario alla crescita di ognuno di noi. E se non c’è la casa sembra quasi scontato che padri e figli, mogli e mariti, fidanzate e fidanzati, amici e nemici possano solo raccontare i propri disagi, le proprie storie davanti a una telecamera e a un microfono facendosi ognuno le proprie ragioni a colpi di comunicati stampa e interviste esclusive.

Forse bisognerebbe fare un passo indietro e capire che un urlo, una litigata, un abbraccio, due accuse e una stretta di mano sono in grado di risolvere più problemi personali che qualunque prima pagina.

Elisa Isoardi