Dahn Vo, il Vietnam che porto dentro

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Famiglia, patria e arte si mescolano nell’opera di Danh Vo, l’artista vietnamita protagonista della personale in programma a Villa Medici da oggi al 10 febbraio.

A cura di Alessandro Rabottini, la mostra “Chung ga opla” è la seconda tappa di un percorso espositivo incentrato sul tema dell’Accademia come spazio l’arte riesce a sovrapporsi al concetto di identita  nazionale: un luogo in cui si incontrano le dimensioni della storia, della tradizione, della politica e della cultura.

Nato a Saigon nel 1975, Danh Vo fu costretto a lasciare il Vietnam insieme alla sua famiglia quando aveva quattro anni, trasferendosi in Danimarca. L’esperienza della guerra, le divisioni che hanno sempre animato il suo paese d’origine, l’occupazione francese e la conversione al cattolicesimo sono tutti “traumi collettivi” che si sono sedimentati nella produzione di Danh Vo, il quale porta avanti il proprio lavoro, fatto in particolare di grandi sculture, installazioni e performance dal vivo, intrecciando l’esperienza personale a grandi temi come il Colonialismo, la guerra, il rapporto tra Oriente e Occidente, l’imperialismo culturale ed economico.

L’esposizione a Villa Medici comprende opere già finite da tempo ma anche lavori realizzati appositamente per l’occasione per l’Accademia di Francia a Roma. In particolare, l’artista ha coinvolto per l’evento capitolino i propri familiari, coprotagonisti di una serie di interventi in loco incentrati proprio sull’intimità affettiva. Un’atmosfera informale, quasi quotidiana, che si riflette anche nel significato del titolo della mostra. “Chung ga opla”, infatti, è la traduzione fonetica in vietnamita del francese “oeuf au plat”, cioè “uovo al tegamino”, che rimanda subito all’immagine domestica della colazione, un rito di unità e comunione simboleggiato dalla condivisione del cibo.

Con le sue installazioni di oggetti trovati per caso e manipolati successivamente, Danh Vo lavora su un linguaggio formale che risente dell’arte postminimalista, di quella Povera, fino al Pop e alla museografia etnografica e archeologica. “Chung ga opla” rappresenta dunque una fusione su più livelli – quello storico, quello personale e quello tecnico, riguardante l’utilizzo dei materiali – fra passato e presente, violenza e poesia, distruzione e trasformazione.

Chiara Cecchini