Paolo Poli, vi faccio ridere con Pascoli

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Se Giovanni Pascoli incontra Paolo Poli, il risultato non può essere che uno solo: uno spettacolo esilarante e coltissimo, come è consuetudine; un misto di goliardia, grande poesia e un ritratto culturale dell’Italia d’antan.

Aquiloni”, che lo stesso autore sottotitola come un “due tempi liberamente tratto da Giovanni Pascoli”, è al Teatro Eliseo (Via Nazionale, 183) da stasera al 3 febbraio. E quel “liberamente” specificato da Poli risulta piuttosto decisivo: il punto di partenza per un ritratto poetico-letterario della scrittura pascoliana fino a portarne alla luce delicatezze e morbosità.

Pascoli è stato il poeta dell’Italia tra i banchi di scuola per oltre un secolo; generazioni di studenti si sono emozionate (o annoiate) fra le sue rime, mentre la critica ne elogiava le poesie giovanili (Croce), il plurilinguismo (Contini) o la dicotomia psicologica (Pasolini). Poli è affascinato dalla potenza evocativa dei versi pascoliani: il ricordo di un mondo contadino e gergale che non c’è più . Una dimensione rurale, questa, che viene evocata sul palco con una atmosfera floreale un po’ belle époque (come al solito, le scene sono di Emanuele Luzzati e i costumi di Santuzza Calì), con una ironia argentina e gaia che amiamo da decenni come cifra espressiva peculiare di Poli.

Il maestro fiorentino è accompagnato da valenti spalle, quattro bravi compagni d’avventura che contribuiscono a definire quell’allure un po’ surreale del suo teatro (Fabrizio Casagrande, Daniele Corsetti, Alberto Gamberini, Giovanni Siniscalco). Resta un prodigio la capacità fisica e psicologica di Poli di reggere la scena, lui, con quasi 84 primavere sulle spalle.

Esile, deciso, istrionico, Poli rappresenta un tratto della storia dello spettacolo italiano. Fin dai suoi esordi negli anni Cinquanta, seppe portare la grande cultura frammista all’ironia presso il grande pubblico, non disdegnando di mostrarsi en travesti, in un mondo conservatore e perbenista che tendeva a vedere con diffidenza forme di spettacolo così  poco rassicuranti. E pagò pegno varie volte, a cominciare da quella interrogazione parlamentare del fu Oscar Luigi Scalfaro contro la versione ironica di “Rita da Cascia”, portata sul palco negli effervescenti anni ’50 del boom economico.

Daniele Stefanoni