Peter Brook, l’abito del disonore in scena al Teatro Palladium

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Torna a Roma Peter Brook, il celebre regista inglese che questa volta sceglie di raccontare una storia diversa. “The Suit” (l’abito) - in scena al Teatro Palladium (piazza Bartolomeo Romano 8, alla Garbatella) da domani al 17 febbraio – è una piece tratta dal romanzo dello scrittore sudafricano Can Themba.

Una storia bizzarra, scritta nel 1950, che racconta di un avvocato, Philomen, che scopre l’adulterio della moglie a causa del vestito dell’amante che, nella fuga dell’ultimo momento, è stato dimenticato a casa della donna.

Matilda, la moglie fedifraga, è costretta dal marito a scontare la sua pena: l’abito dell’amante viene infatti mantenuto in casa come un feticcio, servito e riverito come se fosse un ospite di pregio. Ma sono i fatti sullo sfondo di Sophiatown, in realtà, i veri protagonisti della rappresentazione. Themba, l’autore, intuiva infatti il tragico destino cui sarebbe andato incontro, con l’esperienza dell’apartheid che lo costrinse all’esilio. I suoi romanzi, censurati e forse anche dimenticati, furono riabilitati solo dopo la sua morte, negli anni Novanta, con tanto di adattamenti teatrali prestigiosi rappresentati a Johannesburg e poi a Londra.

E’ proprio a questo punto che entra in scena Brook. Forte della sua enorme esperienza teatrale con i grandi autori classici, Shakespeare, Marlowe e Cechov, il britannico ha sviluppato negli anni un profondo amore per la drammaturgia africana, come gia  ha dimostrato con “Siwze Banzi est mort” o “11 and 12”.

La sua versione di “The suit” prevede una scena semplice – opera frutto delle collaborazioni con la fidata Marie-Héle ne Estienne e col compositore Franck Krawczyk – per dar vita a una pie ce che fa della musica la sua vera ossatura, con brani che spaziano da Franz Shubert a Miriam Makeba. Incombe la deportazione a Meadowlands (Soweto) del 1955 e i canti sembrano evocarla come uno spettro minaccioso del destino. D’altra parte, come dice lo stesso Brook, «nel teatro nulla e  fermo, alcuni temi semplicemente si esauriscono, mentre altri desiderano tornare a vivere».

Daniele Stefanoni