Luca Zingaretti, il caso Furtwangler

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Da oggi fino al 24 marzo, Luca Zingaretti è in scena al teatro Eliseo con la “La torre d’avorio” di Ronald Harwood.

Dopo la caduta del Terzo Reich, gli alleati si installarono a Berlino dando inizio al processo di denazificazione della Germania. Un ufficiale americano ha il compito di valutare Wilhelm Furtwangler, direttore d’orchestra anima dei Berliner Philarmoniker, considerato in patria un dio della musica. Pur non avendo mai preso la tessera del partito, a differenza del grande e più giovane rivale Herbert von Karajan, e pur non avendo mai abbracciato le tesi del nazionalsocialismo, Furtwangler era però rimasto in Germania e aveva continuato a lavorare sotto la dittatura. Perché? La vita del maestro viene scandagliata, ogni sua parola soppesata, ogni suo difetto messo sotto la lente d’ingrandimento.

«Con un regime infame non si deve collaborare, questo è ovvio. Ma svolgere un’attività artistica equivale a collaborare? Per qualcuno sì, perchè si contribuisce a dare un’immagine positiva di un Paese che invece è marcio. Per qualcun altro però no: se mostri l’arte e la bellezza ai tuoi concittadini per quanto oppressi, aiuti a tener vivo in loro qualcosa che un giorno potrebbe aiutarli a riprendersi», spiega Masolino D'Amico, autore della traduzione del testo di Harwood.

Zingaretti veste i panni dell’ufficiale americano plebeo, ignorante, ma sinceramente animato dal desiderio di giustizia dopo le atrocità che ha visto perpetrare in Europa in nome del nazifascismo. Massimo De Francovich, invece, interpreta Furtwangler.

Chiara Cecchini