«Il mio amico Lucio non l’ha capito mai nessuno», il paroliere di Dalla si confessa a Elisa Isoardi

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«Sono sbalordito dalla quantità di cantanti che si dicono amici di Lucio Dalla che si sono esibiti al concerto lunedì sera in Piazza Grande a Bologna per celebrare un anno dalla morte del grande artista. Penso che da lassù si sarà divertito moltissimo!». Queste le parole di Franco Balduzzi, paroliere di uno dei successi che rimarranno nel panorama della storia della musica italiana: Piazza Grande.

Perché?
Perché Lucio era un uomo socievole, parlava con tutti, un artista politically correct come si dice, un uomo pubblico di grande affabilità, ma suona strano sentire oggi di tutta questa amicizia così profonda con così tanti colleghi. Lucio era sí un uomo teatrale, ma aveva anche tanti pudori. L’ho conosciuto alle elementari: avevamo 6 anni e facevamo la corte alla stessa bambina, Beatrice si chiamava. Non sono mancati i litigi e i calci. Pensa che era un bambino prodigio: suonava la fisarmonica e ballava il tip tap, lo conoscevano tutti. Era un bambino bellissimo ma era anche il periodo del dopoguerra, anni difficili come è stata difficile la sua crescita essendo stato curato con metodi poco efficaci. Penso che abbia sofferto molto e che la vera natura di Lucio Dalla non la conosca nessuno, neanche gli amici più intimi. Solo grazie alla sua oceanica intelligenza e al suo raro talento è diventato ciò per cui lo ricordiamo oggi, uno del più grandi nomi della musica leggera. Dentro di lui viveva un forte contrasto: era vanitoso, aveva un estro unico, amava gli specchi ma non si piaceva. Forse per questo motivo tendeva a vestire in quel modo un po’ raffazzonato, facendo diventare matta la mamma che era modista, creava modelli! Pensa un po’. (sorride).

Nonostante tutto, però, è riuscito a diventare un grande, ancor più apprezzabile, effettivamente. Come nasce Piazza Grande?
La vera svolta artistica la ebbe nel 1970 con Gesù bambino, poi nel ’71 a Sanremo portó Piazza Grande. Ci lavorammo cinque, sei mesi prima di capire in che direzione doveva andare quella canzone. Lui scrisse la musica con Ron alla chitarra e l’accordo era fatto! Poi, peró, grazie al suo estro ebbe un’idea folgorante: voleva che la canzone trattasse la storia dell’approdo nel 1700 in America dei padri pellegrini con la Mayflower, ma non si trovava la quadra. Non si sapeva da dove cominciare e dove mettere le mani; Bardotti lo convinse a cambiare l’atmosfera del pezzo finchè un giorno a Manhattan, eravamo lì per un tour, mi venne l’idea guardando un barbone. Pensai alla convivialità delle grandi piazze italiane dove la gente si incontra, si parla e scambia le idee. Scrissi le parole su un tovagliolo di quel caffè e le portai in Italia e Lucio finalmente si convinse.

Un successo mondiale nato su un tovagliolo, curioso! Cosa ti rimane di Lucio?
La sua grande generosità e la sua arte. Sai lui non ha mai fatto studi regolari: liceo classico, scientifico, linguistico, mai finiti. Ma aveva fiuto per l’arte, riusciva a scoprire talenti anche per la strada. Insomma non aveva bisogno di presentazioni o bigliettini da visita; ecco perché viene considerato talent scout, per la sua dote innata, il suo sesto senso. Fu così per Luca Carboni, all’inizio non lo capiva nessuno, Lucio ci credette moltissimo. Fu così con Ron, con Samuele Bersani e molti altri.

L’incontro artistico che ti è rimasto scolpito nel cuore?
Quello con Morandi. Erano tempi in cui Gianni vendeva pochi dischi, Lucio lo aiutò, fecero un tour che ebbe successo per quella strana e magica alchimia, ne uscì una rara energia ed un sodalizio che è durato fino alla fine. Due giganti.

Elisa Isoardi
 

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