Intervista doppia a Gianluca Guidi e Giampiero Ingrassia

I due attori al teatro Marconi con Taxi a due piazze, una commedia brillante che promette due ore di puro divertimento

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Gianluca Guidi e Giampiero Ingrassia in Taxi a due piazze
Gianluca Guidi e Giampiero Ingrassia in Taxi a due piazze

Gianluca Guidi e Giampiero Ingrassia sono i protagonisti di Taxi a due piazze, commedia in scena in questi giorni al Teatro Marconi (5-6-7 e 12-13-14 maggio – tutte le info sullo spettacolo). In questa intervista doppia i due attori e figli d’arte (uno di Johnny Dorelli e l’altro di Ciccio Ingrassia) parlano dello spettacolo teatrale e si raccontano… 

Taxi a due piazze, una commedia brillante, che fa ridere e di questi tempi ce n’è bisogno…

Gianluca Guidi: «Uno spettacolo di successo, sono arrivato a quasi 600 repliche, è uno spettacolo che piace sempre. È divertente per scrittura e non si può sbagliare. Grandi meriti li ha l’autore ma anche chi lo mette in scena. È votato a far ridere e sorridere il pubblico. Io e Giampiero lo facciamo perchè è una sorta di mantra, ci divertiamo a farlo, e quindi c’è uno scambio con il pubblico».

Giampiero Ingrassia: Sì è molto divertente, Gianluca sono anni che lo fa, per me invece è il terzo. Torniamo sempre volentieri qui al teatro Marconi, brevemente questa volta, soltanto per due weekend. È uno spettacolo che esiste da anni e che va visto assolutamente. È uno dei più divertenti mai scritti come commedia. C’è un cast rinnovato, tre nuovi artisti che sostituiscono tre attori che non potevano rifarlo, è un’occasione in più per rivederlo».

Il vostro personaggio vi assomiglia in qualche modo? Avete qualcosa in comune con Mario e Walter?

GG: La stanchezza alla fine del secondo atto è assolutamente reale. Fisicamente è uno spettacolo faticoso. Mario è un bigamo, ha due mogli e si barcamena con i turni del taxi per andare nelle due case. Una vita complessa, in due ore succede di tutto.

GI: Walter Fattore è un pasticcione spero non mi somigli, è amico di Mario Rossi il tassista. Viene messo al corrente della sua bigamia e in qualche modo vuole dargli una mano, difenderlo, ma combina pastrocchi fino alla conclusione della commedia che è da manicomio.

Avete entrambi lavorato in teatro, tv, radio e con la musica. C’è una forma d’arte che preferite?

GG: Ogni forma è quella che vivi al momento, che stai facendo, altrimenti non accetteresti di farla. A volte accetti lavori per costrizione per vivere e pagare le bollette, io per fortuna sono nella possibilità di poter scegliere quello che mi piace di più. Non ho grande differenza di affetto tra una forma e l’altra.

GI: Mi piacciono le commedie, non sono un comico ahimè, vengo considerato un attore brillante, quello probabilmente è il mio punto forte. Ma mi piace molto variare, passare dal musical al classico, a una cosa contemporanea, seria, o a una farsa. Mi piace fare cose differenti, e credo che faccia bene a un attore, anche se in Italia si tende a fossilizzare l’attore in un determinato contesto, o drammatico o comico. Esempio c’è chi fa sempre il cattivo o chi fa sempre il poliziotto. Ci dovremmo allineare con i paesi anglosassoni, dove tutto questo è possibile, fare diversi ruoli in diversi generi.

Una caratteristica che avete in comune con vostro padre?

GG: Lo ignoro, è difficile parlare di se stessi, non so. Dovrebbe dirlo chi ha frequentato entrambi a lungo e in maniera piena.

GI: L’onestà, la voglia di verità e la logica che deve venir fuori sopratutto in questo ambiente non sempre veritiero. Ma anche la voglia di fare questo mestiere e la tenacia.

Essere figli d’arte è più una responsabilità o un’occasione?

GG: Più un’occasione che una responsabilità, poi altri diranno che è stata una sofferenza, per me no. Io mi sono trovato soprattutto all’inizio un pubblico in conto terzi, un pubblico che amava molto i miei genitori. Poi ovviamente sono piaciuto anch’io. Noi abbiamo fatto tanta gavetta, ma anche in circostanze abbastanza protette. Conta anche la fortuna, la dedizione, la serietà. Ogni vita è comunque fine a se stessa, i figli non sono il prolungamento di chi li mette al mondo.

GI: Ho quasi 55 anni essere figlio d’arte nel bene e nel male l’ho digerito. Ma dipende da come si vive, dal rapporto con i propri genitori, nessuno di noi “figli d’arte” può superare il padre, siamo tutti bravi ma i nostri genitori sono miti, leggende. Un’altra cosa! Io lo vivo come il continuo di una ditta, la ditta Ingrassia che è sul palcoscenico dal 1954, prima mio padre e adesso io. Questo mi piace molto.

Che libro c’è ora sul vostro comodino?

GG: C’è un copione, perchè devo fare una regia. Sto leggendo La vita di Arlecchino, il copione è vicino a questo libro. A giugno cominceremo le prove dello spettacolo teatrale che porteremo in un festival in Liguria.

GI: Sul mio comodino c’è la biografia di Philip Lynott, musicista leader dei Thin Lizzy, una band hard rock irlandese. Libro molto bello che ho quasi finito. Amo molto le biografie delle rockstar, poi ho una pila di libri ancora da leggere, così come dischi incartati. Non ho molto tempo, prima riuscivo a ritagliarmi anche un’ora di relax per finire il libro, ora è più difficile.

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