Via Margutta, botteghe storiche a rischio chiusura

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Le piante rampicanti abbracciano le palazzine di fine Ottocento, su cui vegliano le fontane a forma di tritone. Il tiepido sole invernale si staglia sul labirinto di cortili, botteghe e scalinate che portano a villa Borghese, in un luogo che sembra essersi fermato nel tempo. Siamo a via Margutta, nel cuore di Roma, tradizionale punto di riferimento per galleristi e amanti dell’arte. Una delle ultime isole degli artigiani storici della capitale, che rischia di essere sommersa dall’epurazione e dagli scandali di «affittopoli». Una storia torbida fatta di indifferenza e vessazioni che ha un simbolo esatto: il palazzo al civico 51. Sì, proprio quello che fu il set cinematografico di Vacanze romane, dove frequentatori abituali erano Fellini e De Chirico.

All’esterno il degrado che avvolge il complesso è evidente, con ponteggi decennali e cavi elettrici a penzolare sulla testa dei turisti che da tutto il mondo vengono a visitare un luogo che all'estero trasformerebbero in ricchezza, e che qui riduciamo in polvere. Negli anni ’50 e ’60 questo luogo incantato era un gioiello, adesso, oltre all’incuria, rischia di essere svuotato dalla mannaia del caro affitti che pende sulla testa, tra gli altri, dei titolari delle tre botteghe storiche riconosciute dal Comune: quelle del corniciaio Stefano Mucci, dell’argentiere Andrea Rocchi e del restauratore Angelo Rosa. Quando entriamo nell’atelier di quest’ultimo, che ci accoglie con estrema cortesia nel suo meraviglioso luogo di lavoro, l’amarezza traspare senza filtri. «Ecco la lettera di sfratto dell’ente: il Centro regionale per i ciechi Sant'Alessio Margherita di Savoia (in questi giorni sotto i raggi X della Guardia di Finanza per gli affitti irrisori delle case dei Vip n.d.r.). Tra cinque giorni ci dicono che dovremmo lasciare i locali. E’ la stessa che stanno mandando a tutti. Il motivo? Un aumento del 120%: dagli attuali 2.300 euro a 5 mila euro di affitto. Una spesa insostenibile». 

«In questo modo alienano il patrimonio artistico della città – spiega il figlio Giovanni –. C’è bisogno di una concertazione tra gli enti locali. Regione, Comune e Provincia devono mettersi al tavolo e decidere se farci sprofondare o aiutarci». «La contraddizione – aggiunge Andrea Rocchi – sta nel fatto che da un lato le istituzioni ci riconoscono come botteghe storiche, attività protette, dall’altro ci mettono nelle condizione di andar via». Il commento finale con cui Angelo Rosa ci congeda parla da se’: «Negli anni ’50 qui c’erano 35 botteghe artigiane e 35 gallerie. Ora è rimasto un artigiano e una galleria».

 

Marco Di Tommaso