L\’unione inquilini e l\’indagine sui residence

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I Residence per famiglie in emergenza abitativa, dovrebbero essere alloggi temporanei utilizzabili in casi di sfratti o sgomberi forzosi per pubblica utilità, invece secondo l’Unione Inquilini che ha svolto una sua indagine, finiscono per alimentare una consistente rete di interessi. Oggi i residence sono ben 22 e 14 contratti con privati: i primi scadranno nel 2012, in due casi si arriva fino al 2015. Sempre in riferimento ai contratti con privati dieci sono stati sottoscritti tra il 2006 e il 2008, quattro sono stati stipulati dalla Amministrazione comunale guidata dal sindaco Alemanno. I contratti stipulati sono di anni 6+6 e le  famiglie che vivono nei residence sono circa 1400, pari a 3000 persone, in appartamenti di circa 25/30 metri quadri. Per ogni persona nei residence il Comune paga mediamente 842 euro al mese. Per ogni famiglia mediamente 2140 euro al mese, il costo per famiglia in qualche caso arriva fino a 4200 euro al mese.

Secondo L’Unione Inquilini questi appartamenti spesso sono inabitabili, ma talora sono anche al centro di attività illegali.  A ben vedere il Comune sopporta un costo medio è di 2140 euro che non pare proprio allineato con il mercato degli affitti romani, tanto più che da una rilevazione della stessa Unione Inquilini risulta che alcuni enti privatizzati offrono  da mesi alloggi senza riuscire ad affittarli. Se si fanno raffronti con il mercato si scopre ad esempio che la Cassa di Previdenza e assistenza Forense richiede fitti che ammontano da un massimo di  1500 euro ad un minimo di 870. Lo stesso dicasi per altri enti quali Inpgi, Enpaf, Inarcassa. Insomma a Roma ci sono appartamenti liberi di enti che pur locando a canoni di libero mercato risultano notevolmente inferiori a quelli pagati dal Comune di Roma per i residence. Tuttavia quello che l’Unione Inquilini non dice, ma che il cronista ha il dovere di riportare, è che la frequentazione di questi residence è spesso incontrollabile sotto l’aspetto della legalità e del decoro.

Non solo, spesso gli appartamenti, per quanto angusti,  vengono ridotti in condizioni pietose. Un ambiente non proprio raccomandabile nonostante i servizi, anche solo di portierato e vigilanza, siano affidati agli operatori di cooperative sociali spesso intimoriti. Si tratta quindi, per il proprietario, di appartamenti a ‘perdere’ che forse giustifica, fuor di demagogia, l’esosità del canone. Ciò non esime l’amministrazione dal ricercare soluzioni più convenienti e soprattutto di affrontare il problema in una diversa prospettiva sociale. Tanto più che il numero delle famiglie sfrattate tende inesorabilmente ad aumentare così come le fasce di emarginazione. La politica dei ‘ghetti’ oltre che escludente a priori, risulta pure costosa. Ma evidentemente è l’unica politica alla quale questa destra al governo riesce a pensare.

 

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